Acqua, niente doccia e mutande pulite o ribellione
Data: 24 Giugno 2022

Acqua, niente doccia e mutande pulite o ribellione

Dopo il virus, la crisi, la guerra e la questione energetica, ora è la volta dell’acqua. Siamo al gran finale, la fame e la sete. È bastato un po’ di caldo rovente per far dilagare il problema della siccità. L’allarme è nazionale, “stato di calamità”, dicono. Il Po è dato al minimo storico e investito dal “cuneo salino”, cioè la risalita dell’acqua salata che distrugge e rende aride intere aree coltivate. Il lago di Garda è descritto come “agonizzante” e nel Lazio il lago di Bracciano pare sia agli sgoccioli. Il rischio è un razionamento drastico nazionale da mettere in pericolo le produzioni agricole, svuotare le piscine, proibire l’uso dell’inaffiamento fino al razionamento orario anche per uso domestico. Altro che mascherine, è il regime del torrido.

Eppure, siamo l’unico pianeta nel mondo galattico ed extra galattico conosciuto costituito per due terzi di acqua: il 71 per cento è salata, il 2,5 per cento è dolce. E, a immagine e somiglianza, anche nel corpo umano l’acqua pesa per circa il 60 per cento. I grandi della Terra alla Elon Musk e Jeff Bezos se ne vanno in giro per l’universo finanziando programmi multi miliardari, alla ricerca di pianeti da abitare con progetti di città orbitanti o extraterrestri in cui ossigeno e acqua saranno artificiali. La Nasa e la grande famiglia delle cooperazioni sulle esplorazioni astrofisiche cerca acqua ovunque, sulla Luna, su Marte, in altri sistemi. Però sulla nostra povera Terra non siamo ancora in grado di sfruttare il bene naturale da cui la vita.

L’acqua è la condizione dell’esistenza umana, il discrimine di ogni civiltà, il simbolo dell’uomo e della natura. L’unica parità che dovremmo invocare è proprio l’acqua, di tutti e per tutti assolutamente gratuita. Abbiamo i mezzi e le tecnologie per assicurare acqua sul pianeta e per portarla anche nei mondi extraterrestri. Possiamo “desalinizzare”, ma lasciamo morire di sete continenti per ritardi, mancanze, distrazioni e polemiche. Le tecnologie sono ancora troppo costose. “Il ragazzo che catturò il vento”, dall’omonimo film e libro edito dalla Rizzoli, si chiama William Kamkwamba ed è il giovane di Malawi che con un po’ scolarizzazione a 15 anni ha sconfitto la carestia e la siccità intuendo che si poteva costruire un mulino a vento con pezzi di recupero di biciclette e legno di eucalipto. Ma ha dovuto affrontare l’ottusità del padre che, per mancanza di educazione, scuola e visione, lo picchiava se osava contraddirlo. La conquista dell’acqua per Kamkwamba e il suo popolo è stata una dura battaglia tra fede, ingegno e ignoranza. Così è sempre.

Il problema dell’Africa non è solo la fame, in quanto tale risolvibile, ma l’acqua e le principali civiltà si sono sviluppate lungo il Nilo e tra il Tigri e l’Eufrate, nella culla mesopotamica. Lo studiamo a scuola, ma siamo ancora a discriminare tra il Sud e il Nord dell’Italia e del mondo dividendo la società in affamati di cibo e di sete. Ora l’allarme è diventato mondiale. Secondo alcuni l’acqua sarebbe un bene limitato, per cui a breve sarà più preziosa dell’oro e come l’oro pagata e venduta. Secondo me è come gli spring-rolls e gli abbracci ai cinesi in piena pandemia, ottusità. È un modo per alzare le tasse, rodere la grande manna del Pnrr.

Si confrontano due mentalità e quella a sinistra punta a martirizzare e controllare le società con sistemi deprimenti e violenti come i virus e le guerre, l’inflazione e le rivalità tra classi, il caos del sessismo e la cronaca nera, la crisi energetica e ora infine la minaccia del razionamento idrico, che invece per chi è di formazione giudaico-cristiana è il battesimo vitale e la condizione dell’essere. Già nel Sessantotto si confrontavano due modelli: quelli che si lavavano e avevano la fissa dell’ordine, definiti fascisti, e quelli che non si lavavano, i gruppettari. Non è ora di uscire dai condizionamenti dall’una e dell’altra parte?

L’ultimo peana di questa provocazione è che l’acqua non si spreca. Fulco Pratesi, il fondatore del Wwf e l’ambientalista sinistro per eccellenza, ha rivelato che sono sessant’anni che non si fa la doccia: “Mi lavo la faccia e le ascelle e i punti critici mattina e sera, con una spugna e i barattoli, in modo da non sprecare l’acqua quando scende dal rubinetto. Mani e piedi, rapidissimamente”. E ha esortato tutti noi a cambiarsi le mutande ogni due giorni. Anche un bambino delle scuole elementari sa che l’acqua è un ciclo, che più la tiri e più corre, che più la usi e più è sana e che evaporando dà luogo a piogge e ricadute sulla terra.

Anni fa a un tavolo tra esperti europei e italiani a senso unico ci fu uno scontro aperto e il gruppo di europei minacciò la serrata perché a loro parere non c’era cosa più stolta che esortare al risparmio dell’acqua in quanto si sarebbe fermato il ciclo, impoverito le portate, reso le acque pericolosamente stagnanti e ammalate di batteri decretando una crisi idrica da fine della vita. O è un attacco alieno, o il politicamente corretto con i suoi exploit sul sessismo e i criteri della vita sta mettendo a rischio la continuità della specie. Ciò non toglie che il sistema idrico nazionale vada riparato, migliorato, organizzato e che prima di arrivare alla secca del Po, dei laghi e dei fiumi dobbiamo pianificare tecnologie di contrasto e ottimizzazione, considerando il surriscaldamento e i danni all’ambiente.

Nel Ventennio, il deprecato Benito Mussolini agì al contrario, bonificando l’Agro Pontino, costruendo canali, utilizzando maree e scambi di acqua dolce e salata e rese fertile quel tratto popolato da fango e coccodrilli dai tempi di Circe e di Ulisse. Il leghista Claudio Durigon, sottosegretario all’Economia, per aver osato chiedere che almeno un parco di Latina si potesse intitolare non al Duce direttamente, ma almeno al fratello che diresse i lavori, è stato costretto a lasciare il governo. Nel Settecento, il secolo dei lumi e della scienza, combatterono epidemie e carestie intuendo che l’acqua andava fatta scorrere e architetti come il rococò Luigi Vanvitelli della Reggia di Caserta edificarono quelle magnifiche città e dimore all’insegna delle fontane. Acqua corrente, bellezza e salute.

I Romani lo avevano capito secoli prima e i loro acquedotti e l’esuberanza dell’acqua in tutti i progetti restano come prova incontestabile. Fino agli scellerati anni Settanta del sorpasso comunista quando a Roma avevamo due acque, quella “marcia” del terzo acquedotto del 144 a.C. a pagamento, e quella “diretta” che il Comune regalava per farla sgocciolare nelle case ininterrottamente. Io studiavo ai tempi e quella goccia perpetua a volte mi scavava la testa, ma nonna ci impediva di chiudere il rubinetto per non renderla impura, imbevibile e bloccare il flusso. Le fontanelle de’ Roma erano dopo la Lupa di Romolo e Remo il simbolo della Città Eterna. In ghisa, sempre scroscianti, per i turisti c’erano i tour notturni e restano immortalate nei film dell’epoca come Vacanze romane o il celebre bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi. Ah, quando la vita era dolce!

Ora tutto è cambiato. Ora a Roma ci sono i cinghiali e la peste suina, lo sporco e l’intera nazione è sotto la minaccia di virus, violenze, guerre, crisi energetica, fame e siccità. Perché tutto si paga. Tutto è tasse. Tutto è contro natura. Manca l’opposizione e il modo di ragionare, quando si ragiona da una parte sola è distruzione. Ora potete scegliere: o non fare la doccia e non cambiarvi neppure le mutande o ribellarvi.

Fonte: http://www.opinione.it/societa/2022/06/24/donatella-papi_acqua-virus-crisi-guerra-questione-energetica/