L’imperialismo oggi e il carattere di Russia e Cina
Data: 13 Maggio 2022

Putin Xi Jinping Image kremlin ru Wikimedia CommonsPubblichiamo un documento scritto nel 2016 dalla direzione della Tmi come parte di una discussione sul ruolo dell’imperialismo oggi e sul carattere di Cina e Russia. Pensiamo che possa servire a chiarire le questioni che sono state sollevate in relazione all’invasione russa dell’Ucraina.

In ogni discussione su nuove questioni, è necessario tornare ai fondamentali. Il testo di Lenin, Imperialismo, fase suprema del capitalismo, ci fornisce il punto di partenza della nostra analisi. Nessun libro ha mai spiegato i fenomeni del capitalismo moderno meglio dell’Imperialismo di Lenin. Tutte le principali previsioni di quell’opera, riguardanti la concentrazione del capitale, il dominio delle banche e del capitale finanziario, l’antagonismo crescente tra gli stati nazionali e l’inevitabilità della guerra derivante dalle contraddizioni dell’imperialismo, sono state dimostrate come vere dalla storia degli ultimi 100 anni.

Tuttavia, abbiamo bisogno di qualcosa di più di una semplice ripetizione di ciò che Lenin scrisse nel 1916. Un secolo dopo, sono successe molte cose che non erano state previste da Lenin e che non avrebbero potuto essere previste. Nel 1916 Lenin non si limitò a ripetere le idee espresse da Marx ed Engels nel Manifesto Comunista. Aveva a che fare con nuovi fenomeni che non esistevano ai tempi di Marx. Allo stesso modo ci troviamo ora di fronte a nuovi fenomeni che non esistevano ai tempi di Lenin.

Un’analisi materialista si basa sempre su un’attenta considerazione dei fatti – tutti i fatti. Non inizia con un’idea preconcetta per poi selezionare alcuni fatti che si adattano alla teoria, ignorando quelli che non lo fanno. La dialettica si occupa di processi, sviluppo e cambiamento in cui, ad un certo punto, le cose si trasformano nel loro opposto. Questo va tenuto presente quando si arriva a considerare la questione dell’imperialismo. Il metodo di Lenin era dialettico e materialista. Nell’analizzare ciò che in quella fase era un fenomeno nuovo, ossia l’imperialismo, Lenin si basava su un’analisi concreta di questo nuovo fenomeno così come si era sviluppato. Si basava, non su un’analisi dei testi, ma su un’analisi dei fatti. Per questo il suo libro Imperialismo è pieno di una grande quantità di dati statistici che indicavano i processi generali che stavano avvenendo nell’economia mondiale capitalista.

È evidente che nei cent’anni che sono passati da quando Lenin scrisse l’Imperialismo il mondo è cambiato per molti versi. L’equilibrio internazionale delle forze descritte in quel testo non esiste più. Gran Bretagna e Francia, che erano le principali potenze imperialiste a quel tempo, sono state ridotte a fattori secondari nella politica mondiale, mentre gli Stati Uniti, che allora cominciavano a flettere i muscoli, sono ora la potenza dominante nel mondo. La Russia zarista è stata da tempo consegnata all’oblio. Anche l’Unione Sovietica che l’ha sostituita è passata alla storia.

Quando Lenin scrisse il suo libro, il mondo era diviso in imperi coloniali soggetti al dominio militare-burocratico diretto di Gran Bretagna, Francia, Belgio, Russia e Olanda. L’imponente rivoluzione coloniale che seguì la seconda guerra mondiale spazzò via questi imperi. Gli ex paesi coloniali ottennero l’indipendenza formale. (I paesi dell’America Latina l’avevano già raggiunta nel XIX secolo, anche se erano ancora dominati economicamente, principalmente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna). Ma le ex colonie sono ancora dominate dall’imperialismo indirettamente, attraverso il meccanismo del mercato mondiale, dello scambio diseguale e del debito.

Sarebbe un grosso errore immaginare che la natura della Cina attuale possa essere determinata facendo riferimento a formule generali e definizioni astratte. Tali definizioni possono essere perfettamente corrette a livello teorico. Ma se si cerca di imporle ad una realtà viva e mutevole, si scopre molto presto che si finisce nei guai, perché la realtà non sempre rientra in queste definizioni. La caduta dell’URSS ha modificato drammaticamente l’equilibrio mondiale delle forze. Come caratterizziamo oggi paesi come la Russia e la Cina? Sono domande nuove che devono essere analizzate attentamente, prendendo in considerazione tutti gli aspetti. Questo era il metodo di Lenin nel 1916, ed è lo stesso metodo che dobbiamo usare ora.

I limiti delle definizioni

Va da sé che dobbiamo dare una definizione di imperialismo. Ma è un fenomeno che ha diversi aspetti e per questo lo si può guardare in modi diversi. Kautsky si riferiva all’imperialismo come una lotta per le annessioni. Questo è certamente un aspetto dell’imperialismo e ci sono alcuni paesi ai quali si applica più di altri. Lenin disse che questa definizione è corretta ma incompleta.

Lenin stesso sottolinea che è possibile parlare di imperialismo nel periodo pre-capitalista e persino nel mondo dell’antichità, come nel caso dell’Impero Romano, con aspetti come la conquista, la riduzione in schiavitù e il saccheggio delle colonie straniere. Questo tipo primitivo di imperialismo si può incontrare anche nel mondo moderno (l’impero zarista ne era infatti un esempio). Tuttavia, il fenomeno ha subito una trasformazione sotto il capitalismo. Nel suo celebre libro sull’argomento, Lenin fornisce una definizione scientifica dell’imperialismo nell’epoca moderna. Egli elenca le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo nell’epoca moderna come segue:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.  (Si veda: https://www.marxists.org/italiano/lenin/1916/imperialismo/capitolo7.htm)

Nel passaggio sopra citato, Lenin descrive le sue caratteristiche essenziali: il monopolio, il dominio del capitale finanziario, l’esportazione di capitale, lo sviluppo dei monopoli internazionali e la ripartizione territoriale. Questa definizione è corretta? Sì, è molto corretta. Ma è corretta come affermazione generale. E come tutte le definizioni generali, non copre necessariamente ogni singolo caso.

Sappiamo cos’è un essere umano. Ha due occhi, due braccia e due gambe, può camminare e parlare e così via. Ma nella vita reale ci sono molti casi in cui uno o più aspetti di questa definizione non si applicano. Questo non significa che si debba scartare come dato di fatto generale, solo che dobbiamo essere consapevoli dei suoi limiti. Sappiamo anche cos’è uno stato operaio. Ma alcune persone che si definivano marxiste rifiutavano di accettare che la Russia di Stalin potesse essere descritta come tale. Si attenevano strettamente ad una norma astratta e non tenevano conto che uno stato operaio poteva degenerare in certe condizioni concrete, pur rimanendo uno stato operaio.

Quindi noi -senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo- dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo.

Lenin stesso era ben consapevole dei limiti delle definizioni. Scrive: “Se fosse necessario dare la definizione più breve possibile di imperialismo dovremmo dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo”. Ma poi aggiunge: “senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo”. Qui vediamo molto chiaramente il metodo dialettico di Lenin. Egli non affrontava la questione dell’imperialismo (o qualsiasi altra questione) dal punto di vista di definizioni astratte che potevano essere applicate meccanicamente senza tener conto del tempo e dello spazio, ma sottolineava la necessità di analizzare il fenomeno come un processo vivo e mutevole “in pieno sviluppo”.

Concentrazione di capitale

Nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels hanno mostrato che il capitalismo, che nasce prima nella forma dello stato nazione, crea inevitabilmente un mercato mondiale. Il dominio schiacciante del mercato mondiale è, infatti, la caratteristica più decisiva dell’epoca in cui viviamo. Nessun paese, per quanto grande e potente, può sfuggire all’attrazione del mercato mondiale. Il fallimento totale del socialismo in un solo paese in Russia e in Cina è una prova sufficiente di questa affermazione. Così come il fatto che entrambe le grandi guerre del XX secolo sono state combattute su scala mondiale e sono state guerre per il dominio del mondo.

Il capitalismo e lo stato nazionale, da fonte di enorme progresso, divennero un  ostacolo e un impedimento colossali allo sviluppo armonioso della produzione. Questa contraddizione si è riflessa nelle guerre mondiali del 1914-18 e del 1939-45 e nella crisi del periodo interbellico. Nella prima guerra mondiale, gli imperialisti britannici stavano combattendo una “guerra difensiva” – vale a dire, una guerra per difendere la loro posizione privilegiata di principale ladro imperialista nel mondo, tenendo innumerevoli milioni di indiani e africani in uno stato di schiavitù coloniale. Gli stessi calcoli cinici si possono discernere nel caso di ognuna delle nazioni belligeranti, dalla più grande alla più piccola.

Lenin spiega che, nella fase del capitalismo monopolistico imperialista, l’intera economia è sotto il dominio delle banche e del capitale finanziario. Utilizzando la grande quantità di statistiche a sua disposizione, Lenin delinea il processo attraverso il quale il capitalismo si trasforma in capitalismo monopolistico. Queste statistiche indicano il dominio dell’economia mondiale da parte di un piccolo numero di grandi banche e trust. Negli ultimi decenni, questo processo di concentrazione del Capitale ha assunto uno slancio ancora più intenso.

Le linee generali dell’imperialismo rimangono corrette ancora oggi. La concentrazione del capitale ha raggiunto il punto in cui il mondo intero è dominato da non più di 200 imprese gigantesche, la maggior parte delle quali con sede negli Stati Uniti. Questi vasti monopoli sono sempre più fusi con lo stato, che rappresenta i loro interessi. Come sviluppo parallelo, abbiamo la crescita del capitale finanziario, che domina ogni altro settore e lo stesso Stato. Citigroup, JPMorgan Chase, Bank of America, Goldman Sachs – questi sono i veri centri di potere del capitalismo statunitense.

100 anni dopo che Lenin scrisse L’Imperialismo, il dominio delle banche e del capitale finanziario è 100 volte più grande di quando scrisse quelle righe. La morsa delle grandi banche e la loro natura parassitaria e sfruttatrice è stata esposta al mondo intero dalla crisi del 2008 e da salvataggi scandalosi, con migliaia di miliardi di dollari di denaro dei contribuenti distribuiti alle banche dai governi. Questi monopoli hanno ora accumulato enormi quantità di capitale, e possiedono effettivamente un surplus di capitale. Questo si vede oggi in maniera esplicita quando grandi aziende come Apple detengono centinaia di miliardi in riserve di liquidità inattiva, e le grandi aziende statunitensi sono sedute su migliaia di miliardi in riserve di liquidità inattiva.

Lenin identificò l’esportazione di capitale (in opposizione all’esportazione di merci) come uno dei tratti più caratteristici dell’imperialismo nell’epoca moderna. Significa che “il capitalismo è diventato ‘più che maturo’ e al capitale (data l’arretratezza dell’agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento ‘redditizio’.” (Lenin, L’Imperialismo: fase suprema del capitalismo). Poiché queste enormi quantità di capitale non possono essere utilizzate con profitto nel mercato nazionale, vengono esportate in altre nazioni dove si possono estrarre super profitti dal plusvalore derivato dal basso costo del lavoro.

Lenin ha aggiunto che questa crescente concentrazione di capitale monopolistico porta sempre più al dominio del capitale finanziario. Come i monopoli emergono nel mercato, così l’ala finanziaria parassitaria del capitale cresce in importanza, finendo per farla da padrone sul resto dell’economia. Le grandi banche e le borse si trasformano in centri importantissimi del capitalismo man mano che questo diventa globale, diventando una sorta di centro nevralgico del sistema, un canale attraverso il quale devono passare (e lasciare un deposito) tutti gli investimenti produttivi. Il complesso militare-industriale è incarnato da aziende enormi come Lockheed Martin che si ingrassano con lucrosi contratti governativi sulle armi. Tutto questo è legato a una politica estera aggressiva, volta ad aumentare la quota americana dei mercati mondiali e il controllo globale.

Gli obiettivi degli imperialisti non sono cambiati: una lotta per i mercati, le materie prime e le sfere di influenza. Tuttavia, ci sono anche differenze importanti. Ai tempi di Lenin l’imperialismo si manifestava nel dominio diretto delle colonie da parte delle potenze imperialiste. L’imperialismo britannico possedeva quasi la metà del globo. Saccheggiava le ricchezze dell’Africa, del Medio Oriente e del subcontinente indiano e teneva per il collo anche molti paesi dell’America Latina. Fu per rompere il monopolio mondiale dell’imperialismo britannico e assicurare una nuova divisione del potere globale che gli imperialisti tedeschi lanciarono la prima guerra mondiale. Le altre potenze parteciparono tutte con entusiasmo a questa lotta per spartirsi il mondo e conquistare i possedimenti coloniali. Per inciso, questo valeva non solo per le Grandi Potenze ma anche per i piccoli predoni come Grecia, Romania e Bulgaria.

Questa situazione cambiò radicalmente in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre e alla rivoluzione coloniale. La rivoluzione bolscevica rovesciò lo zarismo e fornì un forte impulso ai movimenti di liberazione nazionale dei popoli coloniali oppressi. Più tardi, la seconda guerra mondiale minò il potere dei vecchi stati imperialisti. Gran Bretagna e Francia uscirono indebolite dalla guerra, mentre gli USA e l’URSS divennero le potenze dominanti – anche se, naturalmente, l’URSS non svolse un ruolo imperialista.

L’insorgere delle rivoluzioni coloniali fu uno dei più grandi avvenimenti della storia umana. Centinaia di milioni di esseri umani che erano stati condannati al ruolo di schiavi coloniali si sollevarono contro i loro padroni in Africa, Asia e Medio Oriente. La magnifica rivoluzione cinese e l’indipendenza nazionale di India, Indonesia e altri paesi segnarono un cambiamento storico. Il raggiungimento dell’indipendenza nazionale formale fu un grande passo avanti. Tuttavia, non ha risolto i problemi delle masse sfruttate. Al contrario, per molti versi sono stati esacerbati.

Oggi, più di sette decenni dopo la seconda guerra mondiale, la morsa dell’imperialismo sui paesi ex coloniali è ancora più grande che in passato. L’unica differenza è che invece del controllo militare-burocratico diretto, l’imperialismo esercita il suo dominio indirettamente. La dominazione imperialista su questi paesi formalmente indipendenti si esercita attraverso il meccanismo del mercato mondiale e le condizioni di scambio ineguali, dove merci che rappresentano più lavoro vengono scambiate con merci che rappresentano meno lavoro. Oltre a questo scambio ineguale, sono sfruttati attraverso gli “aiuti” stranieri, gli interessi sui prestiti, ecc. I paesi ex coloniali sono rimasti schiavi dell’imperialismo, anche se le loro catene sono ormai invisibili.

La globalizzazione è una parola che nasconde la realtà del saccheggio sistematico dei paesi ex-coloniali. Questi ultimi sono costretti ad aprire i loro mercati ad una marea di merci straniere che rovinano le loro industrie locali, paralizzano le loro economie e prosciugano le loro ricchezze. Gigantesche compagnie transnazionali aprono fabbriche in Bangladesh, Indonesia e Vietnam, dove i lavoratori sono sottoposti allo sfruttamento più brutale in condizioni da schiavi per salari da fame al fine produrre jeans e scarpe Nike e gonfiare il plusvalore estratto da questi vampiri. Disastri come Bhopal e il recente incendio in una fabbrica tessile del Bangladesh devastano intere comunità. I padroni delle imprese occidentali piangono lacrime di coccodrillo e continuano a riempire le loro casse con i prodotti del sangue, del sudore e delle lacrime di milioni di supersfruttati.

Debito

La storia conosce molte forme diverse di schiavitù, e la schiavitù finanziaria ne è la forma moderna. Non è così ovvia come la schiavitù della carne, ma è comunque una schiavitù con la quale intere nazioni sono soggiogate e depredate. Le vite di miliardi di persone sono schiacciate da questa schiavitù collettiva del debito. I paesi sottosviluppati sono schiacciati sotto il peso del debito e delle politiche commerciali del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

L’ammontare totale del debito estero dei “paesi in via di sviluppo” era di 500 miliardi di dollari nel 1980, era raddoppiato a 1.194 miliardi di dollari nel 1990, era di 1.996 miliardi di dollari nel 2000 e nel 2012 era salito a 4.830 miliardi di dollari, con il solo servizio del debito che ammonta a 660 miliardi di dollari all’anno.

Il peso del debito lascia i paesi più poveri del mondo senza nulla da spendere per le necessità basilari come la salute, l’educazione e le infrastrutture. Tutti i paesi sottosviluppati si trovano sfruttati, derubati e oppressi dall’imperialismo. In questo modo, l’imperialismo succhia ancora il sangue di miliardi di poveri nel mondo ex coloniale.

La Bibbia ci informa che gli antichi Cananei sacrificavano bambini a Moloch. Ma a causa della schiavitù del debito sette milioni di bambini vengono sacrificati sull’altare del Capitale ogni anno, il che fa impallidire il vecchio Moloch. Se il debito fosse stato cancellato nel 1997 per 20 dei paesi più poveri, il denaro così a disposizione per l’assistenza sanitaria di base avrebbe potuto salvare la vita di circa 21 milioni di bambini entro l’anno 2000, l’equivalente di 19.000 bambini al giorno. Secondo la campagna Jubilee 2000, 52 paesi dell’Africa subsahariana, dell’America latina e dell’Asia, per un totale di un miliardo di persone, stanno affondando sotto un debito di 371 miliardi di dollari. Questo è meno del patrimonio netto totale dei 21 individui più ricchi del mondo.

Il Messico è formalmente indipendente da quasi due secoli. Ma la natura fittizia di questa indipendenza è stata rivelata in modo lampante negli ultimi decenni con la firma dell’accordo di libero scambio con il Grande Fratello al di là del Rio Grande. Questo ha avuto un effetto devastante sull’industria e l’agricoltura messicana, mentre l’apertura di fabbriche di proprietà degli Stati Uniti nelle Maquiladoras delle zone di confine fornisce un enorme bacino di manodopera a basso costo per i padroni yankee.

Originariamente basati nelle città di confine di Tijuana, Ciudad Juárez, Matamoros, Mexicali e Nogales, questi impianti di assemblaggio che lavorano per il mercato statunitense si sono ora diffusi in tutto il territorio del Messico. Qui vediamo esattamente come funziona l’imperialismo moderno. Perché prendersi tutti i problemi e le spese di un governo militare-burocratico diretto, quando si può dominare un paese molto efficacemente con mezzi economici, lasciando la faccenda spiacevole della repressione a un governo “amico” (cioè subordinato)?

Questa modalità di sfruttamento neocolonialista non è meno predatoria del saccheggio palese delle colonie realizzato in passato sulla base del dominio militare diretto. In generale, le stesse vecchie colonie in Africa, Asia e Caraibi sono state prosciugate dagli stessi vecchi vampiri. L’unica differenza è che questa rapina viene portata avanti in modo del tutto legale attraverso il meccanismo del commercio mondiale con il quale i paesi capitalisti avanzati esercitano un dominio congiunto delle ex colonie, e vengono così risparmiati i costi del dominio diretto, mentre continuano ad estrarre enormi profitti in eccesso scambiando più lavoro per meno.

Possono esistere nuove potenze imperialiste?

Lenin afferma che il capitale finanziario stende la sua rete su tutti i paesi del mondo. Spiega che i paesi esportatori di capitale si erano ormai divisi il mondo. Dice che non c’era più nulla da colonizzare. Questo significa che Lenin pensava che la divisione del mondo fosse fissa e immutabile per sempre? Naturalmente no. Lenin afferma specificamente che la divisione del mondo tra due potenti trust non preclude una nuova spartizione se il rapporto di forze cambia come risultato dell’ineguaglianza di sviluppo. Quindi Lenin si chiede se il rapporto tra le potenze imperialiste possa cambiare e dà una risposta enfatica: può e deve necessariamente cambiare sempre.

La legge dello sviluppo diseguale del capitalismo significa che diverse parti dell’economia mondiale, diversi paesi, si sviluppano a ritmi diversi. È proprio questo che determina l’ascesa e la caduta delle diverse potenze. Abbiamo visto questa ripartizione del mondo avvenire diverse volte nel corso dell’ultimo secolo, con vecchie potenze che entrano in declino e potenze imperialiste nuove e più energiche  che ne  prendono il posto. E non c’è assolutamente nulla nella teoria marxista che escluda un’ulteriore suddivisione. Al contrario, è inevitabile. Alcune potenze imperialiste entreranno in declino e altre, precedentemente meno sviluppate, emergeranno.

Lenin è molto chiaro e inequivocabile su questo punto:

“Ma i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora: e cosí il Giappone rispetto alla Russia. Si può “immaginare” che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangono immutati? Assolutamente no. “ (op. cit., https://www.marxists.org/italiano/lenin/1916/imperialismo/capitolo9.htm)

Abbiamo assistito a una nuova divisione del mondo dopo la prima guerra mondiale. La Germania era distrutta e il resto dell’Europa era indebolito al punto di dover essere messa “a pane e acqua” da parte degli Stati Uniti, che stavano emergendo come una grande potenza mondiale. La rivoluzione russa aveva rovesciato lo zarismo ma stava ancora lottando per la sopravvivenza. La rivoluzione coloniale era ancora agli inizi. L’imperialismo giapponese stava preparando la sua politica espansionistica in Asia. La fine della seconda guerra mondiale portò a una nuova divisione del potere. L’Europa era in rovina. L’imperialismo statunitense era ora la potenza imperialista dominante, che espandeva il suo ruolo mondiale a spese delle vecchie potenze imperialiste europee, Francia e Gran Bretagna. L’URSS emerse come un fattore potente ed entrò in conflitto con gli USA su scala mondiale. La rivoluzione coloniale, che mobilitò centinaia di milioni di persone, riuscì a porre fine al dominio coloniale diretto. Infine, la rivoluzione cinese del 1949 cambiò per sempre il destino dell’Asia.

Le relazioni mondiali stabilite dopo il 1946 rimasero sostanzialmente invariate per mezzo secolo. Il mondo era diviso in due blocchi giganteschi, con l’URSS da una parte e l’imperialismo statunitense dall’altra. Ma tutto questo è cambiato dopo il crollo dell’URSS nel 1991. Si è aperto un periodo di instabilità nuovo e tempestoso, caratterizzato da guerre e conflitti di ogni tipo. L’emergere della Russia e della Cina come potenti stati capitalisti crea nuove contraddizioni. Dobbiamo analizzare attentamente la nuova situazione e fare una caratterizzazione concreta della natura della Russia e della Cina sulla base di uno studio rigoroso dei fatti.

Alcuni concepiscono il mondo intero come diviso in due soli tipi di paesi: gli Stati ricchi imperialisti oppressori (fondamentalmente gli stessi Stati di cui parlava Lenin 100 anni fa) e il resto del mondo, fatto di nazioni dipendenti. Questo schema semplicemente non si adatta ai fatti del mondo attuale. Di fatto, non si adatta nemmeno al periodo in cui Lenin stava scrivendo. Ne L’Imperialismo Lenin fornisce un’attenta valutazione dei diversi paesi imperialisti. Si riferisce a “giovani paesi capitalisti in rapidissimo progresso, come l’America, la Germania e il Giappone”.

La produttività industriale americana cresceva a passi da gigante, e superava quella dei suoi concorrenti europei. Lenin attira l’attenzione su questo aspetto, contrapponendo la rapida crescita dell’economia americana a quella delle vecchie potenze come la Gran Bretagna e la Francia, “il cui progresso ultimamente è stato molto più lento di quello dei paesi precedentemente menzionati”. La storia successiva ha mostrato come questo rallentamento dello sviluppo del capitalismo britannico si sia concluso con la sua sostituzione da parte dell’imperialismo americano. Eppure l’America stessa iniziò come una colonia oppressa della Gran Bretagna.

Lenin disse che si possono avere tutti i tipi di diversi livelli di sviluppo in diverse fasi, anche diversi tipi di imperialismo. Lenin si riferiva alla divisione del mondo, ma anche alla spartizione del mondo, che diceva essere qualcosa di inevitabile. É possibile sostenere che questo processo poteva avvenire allora e che ora è impossibile? Non c’è alcuna ragione evidente che debba essere così. Ricordiamoci che fino alla metà del XIX secolo, la Germania non esisteva nemmeno come paese unificato. Economicamente, era molto indietro rispetto alla Gran Bretagna. Lenin sottolinea che “mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora”. Ma nel 1914 era diventata un potente stato imperialista, pronto a sfidare la Gran Bretagna e la Francia per il controllo dell’Europa e del mondo.

In ultima analisi, è lo sviluppo delle forze produttive che determina se un dato paese sarà in grado di dare la sua impronta agli affari mondiali. L’esempio della Germania nel periodo prima del 1914 mostra come la crescita del potere industriale deve alla fine trovare la sua espressione nella crescita del potere diplomatico, politico e militare. Questo fatto deve essere tenuto a mente quando consideriamo il ruolo della Cina oggi.

Può un paese dipendente essere imperialista?

È possibile per un paese economicamente arretrato essere dipendente dall’imperialismo e allo stesso tempo svolgere il ruolo di uno stato imperialista? A prima vista questa sembrerebbe una contraddizione logica. Ma la dialettica ci insegna che nella vita e nella società esistono contraddizioni di ogni tipo. E ciò che sembra una contraddizione in termini di logica formale diventa una realtà di fatto.

Un’analisi materialista deve procedere dai fatti. E il materialismo dialettico parte dall’idea che le cose cambiano e le cose cambiano nei loro opposti. Quello con cui Lenin aveva a che fare sono le forme transitorie, che si trovano in tutte le sfere della natura e della società. Quando si riferisce agli stati semicoloniali, non li considera statici e fissi per sempre. Li guarda nel processo di cambiamento. Definisce il Portogallo come uno stato sovrano indipendente con un impero, che governa su milioni di schiavi coloniali, e quindi una potenza imperialista. Ma allo stesso tempo dice che il Portogallo, un paese arretrato e semi-feudale, era stato per più di 200 anni un “protettorato” britannico – cioè dominato dall’imperialismo britannico.

Tra le nuove potenze imperialiste emergenti a cui Lenin si riferisce c’era il Giappone. Il Giappone era un paese economicamente arretrato e semi-feudale, ma le sue ambizioni imperialiste lo portarono a lanciare una feroce guerra predatoria per la conquista della Cina. Il carattere imperialista del Giappone non può essere messo in dubbio, nonostante il fatto che fosse basato sull’arretratezza. Infatti, i compiti della rivoluzione borghese in Giappone furono completati solo dopo la sua sconfitta nella seconda guerra mondiale, quando furono portati a termine dall’esercito di occupazione americano per evitare che il Giappone cadesse sotto l’influenza del “comunismo” cinese.

Nel 1940, più di 24 anni dopo l’Imperialismo di Lenin, Trotskij si occupa del Giappone in un testo chiamato Il memoriale Tanaka. Cosa dice del Giappone? Come nel caso della Russia zarista, il Giappone aveva sperimentato uno sviluppo dell’industria. Sottolinea che la sua “sovrastruttura finanziaria e militare poggiava su un fondamento di barbarie agraria semi-feudale“. Ma era comunque parte della catena imperialista, anche se lo considerava l’anello più debole.

Ne L’Imperialismo, Lenin si riferisce ai paesi economicamente arretrati, in particolare alla Russia. La Russia zarista era un mix di relazioni pre-capitalistiche e sacche di capitalismo. È vero che aveva sperimentato una crescita burrascosa dell’industria negli ultimi decenni del XIX secolo. Questa era interamente dovuta all’esportazione di capitali stranieri in Russia. Il capitalismo russo, come spiega Trotskij nella teoria della rivoluzione permanente, era interamente dipendente dal capitale britannico, francese, tedesco e belga. Aveva quindi molte delle caratteristiche di un paese semi-coloniale. Gli enormi debiti contratti con la Francia, in particolare, furono un fattore importante nel costringere la Russia ad entrare nella prima guerra mondiale dalla parte dell’Intesa.

Economicamente, la Russia zarista era estremamente arretrata. Nonostante un importante sviluppo dell’industria nelle città della parte occidentale, la maggior parte del paese aveva un carattere semi-feudale. Eppure, nonostante le sue caratteristiche semi-coloniali e semi-feudali, e la dipendenza dal capitale straniero, Lenin incluse la Russia nella lista dei cinque più importanti paesi imperialisti. Dobbiamo aggiungere che la Russia zarista non esportò mai un solo copeco di capitale. Lenin la definisce: “un paese, il più arretrato nei riguardi economici, dove il più recente capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalistici”.

L’imperialismo zarista era più simile a quello antico: basato sulla conquista di territori stranieri (la Polonia è l’esempio ovvio) e sull’espansione territoriale (la conquista del Caucaso e dell’Asia centrale). La Russia zarista, per usare la frase di Lenin, era una vera e propria prigione di nazioni che conquistava, assoggettava e depredava. Eppure la Russia stessa era finanziariamente dipendente dalla Francia e da altri stati imperialisti.

Lenin si riferisce anche alle potenze minori a cui fu permesso di mantenere le loro colonie a causa dei conflitti tra le potenze principali. In altri testi, Lenin include nella lista dei paesi imperialisti, l’Austria-Ungheria e l’Italia, e l’Italia era un paese particolarmente arretrato, con uno sviluppo dell’industria principalmente nel nord-ovest, che coesisteva con un’agricoltura contadina povera e arretrata nel centro e nel sud.

Trotskij sull’imperialismo balcanico

Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, due guerre scoppiarono nei Balcani. Trotskij ha potuto osservare in prima persona questi conflitti sanguinosi come corrispondente di guerra. Citiamo a lungo ciò che scrisse durante le guerre balcaniche del 1912-13:

“Le relazioni tra la Bulgaria e la Grecia, fondate sulla pace di Bucarest, saranno ancora più instabili. 200.000 Bulgari della Macedonia meridionale sono caduti sotto il dominio della Grecia. Per converso in Tracia ci sono circa 200-250.000 Greci diventati cittadini della Bulgaria o, più correttamente, elencati sotto questa voce nel trattato di Londra. Il principio nazionale si è dimostrato incompatibile con le pretese imperialiste. Ciò che conta non è la comunità culturale, l’omogeneità etnica, ma il numero di contribuenti e le dimensioni del mercato interno. Anche con queste frontiere, i rapporti fra la Bulgaria e la Grecia potrebbero naturalmente essere pacifici, a condizione  però di assicurare l’autonomia nazionale delle popolazioni allogene in ciascuno dei due paesi. Appare però evidente che popoli che hanno smesso da poco di sbudellarsi – o meglio, coloro che hanno architettato questi sbudellamenti – sono del tutto incapaci di instaurare condizioni stabili di convivenza fra le popolazioni su entrambi i lati della frontiera che divide la Macedonia.

Il destino di questa tre volte sfortunata provincia indica ai romantici nazionalisti, con funesta chiarezza, che nell’arretrata penisola balcanica una politica nazionale o coincide con la politica dell’imperialismo, oppure non ha spazio.

L’imperialismo greco è quello di più antica data. Un’oligarchia greca di chierici e aristocratici (i fanarioti) condivideva con la casta militare ottomana il predominio sulle etnie cristiane della penisola. La borghesia greca, disseminata lungo le coste dell’Egeo, del mar di Marmara, del mar Nero e del Mediterraneo, aveva assoggettato nell’entroterra contadini e pastori al capitale mercantile e usuraio. Il clero e i mercanti greci hanno quindi spianato la strada all’imperialismo greco, che si è trovato coinvolto in una lotta all’ultimo sangue con le nazionalità dei Balcani in procinto di risvegliarsi. Per questa nazionalità, il risveglio economico e nazionale e nazionale voleva dire una lotta per la vita o la morte non solo contro la casta militare e burocratica turca, ma anche contro il dominio greco degli ecclesiastici, dei commercianti e degli usurai. Questo imperialismo greco si è scontrato con quello bulgaro sul suolo della Macedonia.

L’imperialismo bulgaro ha origini recenti, ma proprio per questo è ancor più bellicoso e temerario. La borghesia bulgara, comparsa sulla scena con ritardo, ha immediatamente sgomitato per aprirsi un varco. I ministri dello Stato bulgaro ricevono uno stipendio di mille franchi il mese, mentre nell’Europa capitalistica tali funzioni vengono retribuite con compensi di mille franchi il giorno. Il corrispondente da Sofia del Times,  il signor Bourchier, ha avuto a sua disposizione somme di denaro quali gli uomini di potere di Sofia non si sono mai neppure sognate. Allargare i confini dello Stato, aumentare il numero dei contribuenti, moltiplicare le fonti di arricchimento, erano questi i saggi principi imperialistici che hanno guidato la politica delle cricche dirigenti di Sofia.

Su questi stessi principi imperialistici, non nazionali, era fondata la politica macedone della Bulgaria. L’obbiettivo era sempre il medesimo: l’annessione della Macedonia. Il governo di Sofia sosteneva i Macedoni della misura in cui riusciva a legarli a sé, in caso contrario tradiva senza scrupoli gli interessi che potevano allontanare i Macedoni dalla Bulgaria. Il noto politico e scrittore balcanico dottor Rakovskij – che ho incontrato a Bucarest dopo che ci eravamo persi di vista per due anni – mi ha raccontato, fra gli altri, il seguente fatto, estremamente eloquente. Negli anni 1903-1904 l’esarca bulgaro esercitava pressioni su Sofia, allo scopo di favorire l’apertura di una banca per i contadini macedoni. La vicenda avvenne dopo la rivolta di Ilinden [Monastir], in una Macedonia sconvolta dal caos e nella quale i latifondisti turchi erano pronti a vendere le loro terre ai contadini per pochi spiccioli. Il governo bulgaro respinse decisamente la proposta dell’esarca, spiegando che, se i contadini macedoni avessero raggiunto un certo livello di prosperità, sarebbero diventati sordi alla propaganda bulgara. Lo stesso punto di vista sostenne l’organizzazione rivoluzionaria macedone che, soprattutto dopo la sconfitta della rivolta, da organizzazione nazional-contadina si tramutò in strumento dei disegni imperialisti del governo di Sofia.

Questa battaglia straordinaria, nella quale la brutalità si combinava con l’eroismo, come è finita adesso? Con un trattato proditorio per la spartizione della Macedonia. La seconda guerra balcanica, e la pace di Bucarest che l’ha ora coronata, ha completato questo trattato. E Stip e Kocani – le due località dove i rivoluzionari bulgaro-macedoni hanno causato, con le loro tattiche provocatorie, il massacro turco che diede il pretesto alla prima guerra di “liberazione” , ebbene Stip e Kocani ora sono passate alla Serbia! L’imperialismo serbo si è dimostrato assolutamente incapace di procedere lungo la via normale, vale a dire nazionale. L’Austria-Ungheria racchiudeva nei suoi confini più della metà dei Serbi e sbarrava la strada alla Serbia. Essa quindi ha puntato verso la via più facile, cioè in direzione della Macedonia. Le conquiste nazionali decantate dalla propaganda serba sono state in realtà pressochè insignificanti. Più ampie appaiono invece le conquiste territoriali  fatte dall’imperialismo serbo. I suoi confini racchiudono ora mezzo milioni circa di Macedoni , oltre mezzo milione di Albanesi che già imprigionavano. Che strepitoso successo! Bisogna però aggiungere che quel milione di cittadini ostili potrebbe dimostrarsi fatale per l’esistenza della Serbia storica…” (Lev Trotskij, Le guerre balcaniche (1912-13), pp. 319-321, edizioni Lotta comunista, corsivo nostro).

Sottolineiamo che Bulgaria, Grecia e Serbia erano nazioni economicamente arretrate e semi-feudali che fino a poco tempo prima erano state assoggettate dall’Impero Ottomano per secoli. Anche se avevano raggiunto l’indipendenza formale, rimanevano paesi dominati sotto il controllo dell’una o dell’altra Grande Potenza europea. Re Ferdinando, un ufficiale dell’esercito austro-ungarico che non sapeva parlare una parola di bulgaro, fu messo sul trono bulgaro per evitare l’interferenza della Russia. Re Giorgio di Grecia era nato principe Guglielmo di Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg.

Dati questi fatti, come poteva Trotskij descrivere Bulgaria, Serbia e Grecia come imperialiste? Forse è stato un lapsus? Ma Trotskij non faceva errori di questo tipo. Come Lenin, era sempre scrupoloso nelle questioni di teoria. La risposta a questo apparente paradosso è davvero molto semplice. Non c’è nessuna legge che dice che una nazione povera e oppressa non possa diventare uno stato aggressivo e predatore una volta che è nelle condizioni di agire come tale. Al contrario, la dialettica ci insegna che le cose possono trasformarsi nel loro opposto.

Non appena ottenuta l’indipendenza, le cricche al potere di questi piccoli stati balcanici lanciarono una serie di guerre predatorie per conquistare i territori vicini. Trotskij sottolinea che, con il pretesto di combattere l’imperialismo ottomano, il loro vero obiettivo era quello di prendere più territori possibile dai loro “alleati” balcanici, assoggettando e opprimendo i loro abitanti nel modo più brutale. Così, nazioni che si erano appena liberate dalla schiavitù coloniale divennero esse stesse oppressori e schiavisti.

Queste nazioni rimasero economicamente arretrate e dominate da altri stati più potenti. Ma allo stesso tempo erano potenze imperialiste regionali – deboli potenze imperialiste che non potevano aspirare a conquistare l’Europa ma aspiravano ad impadronirsi del territorio dei loro vicini e opprimerli e depredarli. In questo senso, erano imperialiste, e Trotskij non esitava ad usare questa parola. La loro arretratezza economica e la loro debolezza  relativa rispetto alle principali potenze imperialiste non potevano essere utilizzate per nascondere la loro vera natura imperialista.

Allora e oggi

Da tutto ciò è evidente che da un punto di vista marxista è perfettamente possibile per una nazione economicamente arretrata, addirittura semi-feudale, e oppressa da stati più potenti, agire in modo imperialista: lanciare guerre predatorie di conquista sia per i mercati e le materie prime, sia per l’espansione territoriale o per ragioni politiche. L’esempio delle guerre balcaniche ne è un chiaro caso, come spiega Trotskij. È lecito sostenere che queste cose erano possibili allora ma non lo sono adesso? Un tale argomento non ha alcun senso. Non ha alcun fondamento teorico e ancor meno nei fatti.

Cosa è cambiato così fondamentalmente negli ultimi cento anni da rendere impossibile l’oppressione di un piccolo stato da parte di un altro piccolo stato? Le contraddizioni fondamentali sono le stesse. Solo, la crisi del capitalismo si è approfondita. Il sistema si trova in un’impasse ancora maggiore di quando Lenin scrisse L’Imperialismo. Le contraddizioni sono ancora più acute e si esprimono in continue guerre e sconvolgimenti. Niente di tutto ciò suggerisce che la borghesia dei paesi ex coloniali non possa agire nella stessa maniera reazionaria delle cricche dominanti dei Balcani nel 1912-13.

Poniamo alcune domande specifiche. Qual è la relazione tra l’India e il Kashmir occupato? Nel momento stesso in cui l’India si è liberata dal giogo dell’imperialismo britannico, la borghesia indiana si è impadronita del Kashmir contro la volontà della popolazione che era in stragrande maggioranza musulmana. Da allora il Kashmir è stato controllato con la forza bruta. Migliaia di persone sono state imprigionate, torturate e uccise dall’esercito di occupazione indiano. Se si chiede a un abitante del Kashmir se questa occupazione brutale costituisce un atto imperialista o meno, risponderebbe con un’alzata di spalle e uno sguardo di totale stupore. La condotta dell’India verso il Kashmir è imperialista nel senso più chiaro e brutale della parola.

Non è solo l’India ad essere colpevole di aggressione imperialista nel Subcontinente. La cricca reazionaria del Pakistan ha oppresso per decenni il popolo del Bengala orientale (ora Bangladesh). Infine, quest’ultimo si è sollevato contro i propri oppressori e ha raggiunto l’indipendenza. Questo fu ottenuto solo al costo di un terribile bagno di sangue attuato dall’esercito pakistano. Si potrebbe aggiungere che ancora oggi il Pakistan opprime il popolo del Belucistan nella stessa maniera spietata.

Qual è la relazione tra la Turchia e i curdi? Si potrebbe dire che la Turchia è una nazione “dominata”, anche se ha sperimentato un significativo tasso di crescita industriale negli ultimi decenni. Ma questo povero stato “dominato” a sua volta domina e opprime i curdi con i metodi più feroci. Possiamo definire imperialista la condotta di Erdogan nei confronti dei Curdi? Non c’è una sola persona in Kurdistan che avrebbe la minima esitazione a rispondere affermativamente a questa domanda.

Infine, abbiamo il caso di Israele, che ha oppresso i palestinesi per molti decenni e senza dubbio gioca il ruolo di una superpotenza regionale. Israele è nato nell’atto di impadronirsi di terre che erano occupate da altri popoli. Ha combattuto quattro guerre contro gli eserciti arabi e in tutte queste occasioni ha finito per espandere il suo territorio. Continua questa politica di espansione imperialista fino ad oggi. Si può considerare Israele una semicolonia povera e oppressa? La domanda si risponde da sola. Israele non è una nazione povera e oppressa, ma un paese capitalista avanzato. In termini di sviluppo economico e sociale non è diverso dalla maggior parte dei paesi europei. Ha un esercito moderno che è del tutto all’altezza di qualsiasi esercito della regione. Ed è la principale potenza imperialista regionale del Medio Oriente.

Alcuni diranno che dipende da grandi somme di denaro elargite dagli Stati Uniti. È vero che Israele riceve un grande appoggio economico dagli Stati Uniti. Questo perché è l’unico alleato affidabile di Washington nella regione. Ma questo non significa che i governanti di Israele siano sotto il controllo di Washington. Hanno i loro interessi specifici, che non coincidono sempre con quelli degli americani. Basta indicare lo scontro aperto tra Netanyahu e Obama sull’accordo con l’Iran per sottolineare il punto.

Naturalmente, comprendiamo che la Turchia, l’India e il Pakistan non possono essere messi nella stessa categoria delle principali potenze imperialiste, gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone. Non hanno e non possono giocare lo stesso ruolo, così come Grecia, Serbia e Bulgaria non potevano sfidare la potenza di Gran Bretagna, Francia e Germania nel 1916. Sono arrivati troppo tardi sulla scena della storia per essere in grado di sfidare le nazioni più ricche e potenti per l’egemonia mondiale. Ma questa affermazione generale – per quanto corretta – non esaurisce affatto la questione. Le cricche dirigenti di questi paesi hanno i loro interessi che non coincidono necessariamente con quelli di Washington, Londra o Berlino. E possono giocare il ruolo di imperialismo regionale, cercando di imporre la loro volontà agli stati vicini. Sono Stati imperialisti deboli che aspirano a diventare forti a spese dei loro vicini.

I BRIC

È un errore fondamentale presentare il mondo intero come se fosse composto solo da due tipi di nazioni: da una parte un pugno di potenze imperialiste (USA, Europa e Giappone) e dall’altra tutte le altre, che sono paesi poveri, sottosviluppati e totalmente dipendenti dalle prime. Secondo questa visione, questi ultimi non possono giocare alcun ruolo indipendente nella politica o nell’economia mondiale; le loro azioni sono interamente subordinate e dipendenti dalle grandi potenze imperialiste (principalmente gli USA); non potranno mai essere considerati imperialisti; e non potranno mai vivere alcuno sviluppo economico serio che possa alterare il loro status di “nazioni dipendenti”.

Questo modo di vedere le cose ignora la realtà. Possiamo, per esempio, mettere il Burundi, l’Eritrea e il Congo sullo stesso piano del Brasile, della Turchia e della Cina? La Russia è uguale all’Afghanistan o al Togo? È chiaro che questi paesi si trovano a livelli di sviluppo economico molto diversi. E con lo sviluppo economico sorgono altre questioni: il desiderio di ottenere una quota maggiore nei mercati mondiali, maggiore accesso al petrolio e ad altre materie prime; prestigio e potenza militare. La Russia e la Cina possono resistere all’imperialismo statunitense e persino affrontarlo militarmente, in un modo che il Togo e il Nepal non possono fare.

La realtà del mondo di oggi confuta completamente la formula in bianco e nero di una manciata di stati imperialisti da una parte e di paesi poveri e dipendenti dall’altra. Non c’è stato uno sviluppo dell’industria in Brasile, in Russia, in India e in Cina negli ultimi cinquant’anni? Come caratterizziamo i cosiddetti BRIC? Il termine “economie emergenti” non è una formulazione soddisfacente. Possiamo discutere quale alternativa può essere utilizzata. Ma non possiamo negare che ci sia stato uno sviluppo economico in questi paesi.

Qualcuno potrebbe obiettare che la teoria della rivoluzione permanente di Trotskij esclude un tale sviluppo. Ma di fatto, questa definizione del mondo non può essere derivata dalla teoria della rivoluzione permanente. E semplicemente non si adatta ai fatti. Qui sembra esserci un malinteso su ciò che dice la teoria della rivoluzione permanente. Non dice che non ci può essere uno sviluppo delle forze produttive nei paesi sottosviluppati. Dice esattamente il contrario.

Fu proprio lo sviluppo burrascoso dell’industria in Russia negli ultimi due decenni del XIX secolo che costituì la condizione preliminare perché il proletariato prendesse il potere nel 1917. Ed è del tutto indifferente che il capitale che costruì quelle fabbriche provenisse da investitori stranieri del nucleo degli stati imperialisti avanzati. La cosa principale è che lo sviluppo dell’industria ha rafforzato la classe operaia russa allora, così come ha rafforzato la classe operaia brasiliana e cinese oggi.

I BRIC sono paesi dominati? Alcuni lo sono, altri no. Ma che lo siano o no, non significa che non possano svolgere un ruolo imperialista. Si può obiettare che questo sviluppo economico è stato il risultato della penetrazione del Brasile e di altri paesi da parte del capitale straniero, e quindi non ha modificato la loro posizione di paesi dipendenti. Ma questo era vero anche per la Russia zarista, che Lenin tuttavia – come abbiamo già visto dai suoi testi sulla questione – descrisse come uno stato imperialista.

Non si può negare che negli ultimi decenni c’è stato un importante sviluppo delle forze produttive nei paesi conosciuti come BRICS. Da un punto di vista marxista questo non è un male ma un bene. Con lo sviluppo dell’industria, la borghesia rafforza la classe operaia e alla fine crea le condizioni per il suo stesso rovesciamento. Questo facilita enormemente il compito della rivoluzione socialista in questi paesi.

La teoria della rivoluzione permanente

È un fatto storicamente verificabile che una nazione che una volta era una colonia povera, oppressa, oppressa e sfruttata – una volta diventata indipendente – può adottare una politica aggressiva e imperialista nei confronti dei suoi vicini: dichiarare guerra, impadronirsi di nuovi territori e così via. In effetti, si può dire che questo si verifica in quasi tutti i casi, la borghesia nuova arrivata cerca di sfruttare e opprimere gli stati più deboli all’interno della regione. Si possono avere grandi rapinatori, ma si possono avere rapinatori di medio calibro e si possono avere piccoli rapinatori, ed entro certi limiti, è possibile per una nazione dominata svolgere un ruolo imperialista.

Questa analisi contraddice la teoria della rivoluzione permanente? No, non lo fa. Quando parliamo dell’imperialismo russo e dell’imperialismo cinese, contraddice ciò che ha scritto Trotskij? Neanche un po’. La teoria della rivoluzione permanente spiegava come in un paese arretrato nell’epoca dell’imperialismo, la “borghesia nazionale” era inseparabilmente legata ai resti del feudalesimo da un lato e al capitale imperialista dall’altro e quindi era completamente incapace di portare a termine qualsiasi suo compito storico.

Come Trotskij aveva previsto, la putrida borghesia russa era incapace di risolvere i compiti più urgenti posti dalla storia, specialmente la questione agraria, alla quale bisogna aggiungere la questione della pace. Fu per questo che i bolscevichi poterono prendere il potere sulla base di slogan dal contenuto essenzialmente democratico-borghese (Pace, pane, terra, Assemblea costituente, diritto all’autodeterminazione delle nazionalità oppresse). Ma, dopo aver preso il potere nelle loro mani, gli operai russi non si fermarono ma procedettero ad espropriare i capitalisti e ad iniziare il compito della trasformazione socialista della società.

Qui vediamo la rivoluzione permanente nella sua forma classica, come elaborata da Trotskij. Ma per una serie di ragioni (la degenerazione stalinista dell’Unione Sovietica e il ritardo della rivoluzione proletaria in Occidente) le rivoluzioni che avvennero successivamente in Cina e in altri paesi arretrati ebbero luogo in modo distorto e bonapartista. Furono deviazioni dalla norma, che tuttavia prepararono la strada a grandi progressi nel campo della produzione e della cultura, trascinando i paesi precedentemente arretrati nel XX secolo.

Naturalmente, i regimi totalitari stalinisti non avevano nulla in comune con la democrazia operaia instaurata da Lenin e Trotskij in Russia. Ma la nazionalizzazione dei mezzi di produzione aprì la porta ad una spettacolare trasformazione della società, anche se ad un costo terribile. È impossibile comprendere la situazione attuale della Russia e della Cina senza capire che il 1917 e il 1949 furono punti di svolta decisivi per i loro destini.

Come la Rivoluzione Cinese fu una deviazione dalla norma stabilita teoricamente da Trotskij e messa in pratica nel 1917, così ci sono molte altre deviazioni ancora più particolari dalla norma. Il Giappone ha seguito un percorso di sviluppo peculiare. Era particolare perché non corrispondeva a una norma predefinita. Ma tutti i tipi di forme transitorie particolari si verificano sia in natura che nella società. E il fatto che qualcosa non corrisponda a una norma predefinita non ci autorizza a ignorarla. Al contrario, ci obbliga a spiegarne il perchè.

Se diciamo che il Giappone è stato un caso molto particolare, allora dovremmo aggiungere che ci sono molti altri casi particolari. Ma questo non ci permette di  prescindere dal  Giappone, così come non possiamo prescindere dalla Russia zarista. Lenin certamente non l’ha fatto. Cosa c’entra il Giappone con la teoria della rivoluzione permanente? Il Giappone era un paese molto arretrato, semi-feudale. Entrò in conflitto con l’America come risultato dell’espansione del nascente imperialismo americano. In Giappone, fu la classe feudale che iniziò il processo di trasformazione capitalista dall’alto come mezzo per modernizzare il Giappone e competere con gli americani, che erano a uno stadio più avanzato.

Il Giappone rimase a lungo un paese molto arretrato e semi-feudale, ma divenne anche un feroce stato imperialista che lanciò una guerra di conquista predatoria in Cina. Ciò che completò lo sviluppo del capitalismo moderno in Giappone non fu la norma classica della rivoluzione permanente prevista da Trotskij. I compiti della rivoluzione borghese-democratica in Giappone non furono risolti da una rivoluzione proletaria, come in Russia. Furono iniziati dai signori feudali e conclusi dalle forze di occupazione americane dopo il 1945.

Gli imperialisti americani occuparono il Giappone ma erano terrorizzati dalla diffusione del “comunismo”, specialmente della rivoluzione cinese. Furono quindi costretti a realizzare una riforma agraria e altre misure che in effetti completarono la rivoluzione borghese. Così il Giappone, in un modo molto particolare, è diventato un potente stato capitalista moderno, industrializzato e imperialista, cosa che rimane attualmente. Qualcosa di simile è avvenuto in Corea del Sud e a Taiwan. In questi paesi la transizione borghese è stata realizzata dalle forze di occupazione americane per la stessa ragione.

La domanda deve essere posta: perché Lenin ha incluso la Russia zarista nelle sei nazioni imperialiste più importanti? La Russia zarista ai tempi di Lenin era un paese estremamente arretrato e semi-feudale che non esportò mai un solo copeco di capitale. Al contrario, era fortemente dipendente dal capitale straniero. Non ci sarebbe stato il capitalismo russo senza il capitale belga, britannico e americano. Lo stesso stato zarista era pesantemente indebitato con i banchieri stranieri, in particolare con i francesi. Quindi, se stiamo cercando un paese dipendente, non si potrebbe trovare un esempio migliore. La Russia era totalmente e completamente dipendente, e Lenin e Trotskij ne erano ben consapevoli. Ma era allo stesso tempo un mostruoso stato imperialista.

Come è possibile una cosa del genere se si accetta l’opinione che solo una manciata di paesi potenti e ricchi – Europa, Giappone e America – possono essere considerati stati imperialisti, mentre il resto del mondo è povero, dominato e oppresso? Il caso della Russia zarista dimostra precisamente che un paese economicamente dipendente può anche essere uno stato imperialista. Eppure nel caso della Russia vediamo la teoria della rivoluzione permanente nella sua forma classica, quasi da laboratorio. Si potrebbe aggiungere che questo fu l’unico caso del genere nella storia mondiale. Ci sono stati molti altri casi in cui la borghesia è stata espropriata, ma nessuno di questi casi corrispondeva alla norma. Ognuno di essi fu un caso “particolare”.

I compiti che erano stati risolti dalle rivoluzioni democratiche borghesi in Inghilterra e in Francia potevano essere risolti in Russia solo per mezzo di una rivoluzione proletaria contro la borghesia. Ma Trotskij aveva anche previsto che una volta che il proletariato avesse preso il potere, non avrebbe potuto fermarsi ai compiti democratico-borghesi ma avrebbe immediatamente proceduto a espropriare i proprietari terrieri e i capitalisti e a iniziare la trasformazione socialista della società. Questo è ciò che afferma la rivoluzione permanente ed è precisamente ciò che è avvenuto in Russia.

Ma questa è solo una metà della rivoluzione permanente. L’altra metà era la necessità di estendere la rivoluzione russa in Europa, in particolare in Germania. Una volta che questo fallì – per ragioni che non rientrano in questa discussione – la degenerazione burocratica della Rivoluzione fu inevitabile. Tuttavia, con l’abolizione del capitalismo e l’introduzione di un piano di produzione, la Rivoluzione d’Ottobre portò il più grande sviluppo delle forze produttive mai visto nella storia.

Conseguenze della caduta dell’URSS

Venticinque anni fa, al tempo della scissione del Militant, stavamo discutendo le prospettive per la Russia. Peter Taaffe aveva la posizione che se il capitalismo fosse stato stabilito in Russia, sarebbe stata una colonia dell’Occidente (un paese dipendente). Ted Grant si mise semplicemente a ridere. Ha risposto che se il capitalismo fosse stato ripristinato in Russia, non sarebbe stata una colonia dipendente dell’Occidente, sarebbe diventato uno stato potente e aggressivo, imperialista, come lo era la Russia zarista. E ciò è stato dimostrato essere vero.

Non fu la borghesia russa degenerata, che fu gettata nella pattumiera della storia nell’ottobre 1917, ma l’economia pianificata nazionalizzata che trascinò la Russia nell’era moderna, costruendo fabbriche, strade e scuole, educando uomini e donne, creando brillanti scienziati, costruendo l’esercito che sconfisse Hitler e mandando il primo uomo nello spazio. E nonostante il caos e il disordine causati dalla distruzione dell’economia pianificata e dallo smantellamento dell’URSS, molte di quelle conquiste rimangono ancora.

Nonostante i crimini della burocrazia, l’Unione Sovietica fu rapidamente trasformata da un’economia arretrata e semi-feudale in una nazione industriale avanzata e moderna. Alla fine, tuttavia, la burocrazia non era soddisfatta della colossale ricchezza e dei privilegi che aveva ottenuto saccheggiando lo stato sovietico. Come Trotskij aveva previsto, passarono al campo della restaurazione capitalista, trasformandosi da casta parassitaria a classe dominante.

La transizione verso il capitalismo ha significato un grande passo indietro per il popolo della Russia e delle ex repubbliche dell’URSS. Ne La rivoluzione tradita Trotsky scrisse: “La caduta dell’attuale dittatura burocratica, senza la sua sostituzione con un nuovo potere socialista annuncerebbe così il ritorno al sistema capitalista con un crollo catastrofico dell’economia e della cultura.” (Capitolo 9, Che cos’è l’Urss, pag. 295 nostra edizione) Ciò è esattamente quello che è successo.

Nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’URSS, l’economia russa è crollata di circa il 60%. Questo fece sembrare la recessione in America dopo il Crollo di Wall Street un gioco da bambini. Non c’è un parallelo nella storia economica. Per trovare qualcosa di simile si dovrebbe citare, non una crisi economica, ma una sconfitta catastrofica in guerra. La società fu rigettata indietro e dovette scoprire tutte le benedizioni della civiltà capitalista: religione, prostituzione, droga e tutto il resto.

Dopo la caduta dell’URSS, gli USA sono diventati l’unica superpotenza del mondo. Con l’immenso potere è arrivata l’immensa arroganza. La “dottrina Bush” avrebbe dovuto arrogare agli USA il diritto di intervenire ovunque nel mondo, di interferire negli affari interni di stati teoricamente sovrani, di spiare, di far cadere governi, di bombardare, di assassinare e se necessario di invaderli impunemente. Il crollo dell’Unione Sovietica ha permesso all’imperialismo statunitense di intervenire in quelle che prima erano le sfere d’influenza sovietiche. Hanno portato nella NATO la Polonia e altri stati dell’Europa orientale e del Baltico e poi hanno messo gli occhi sulle ex repubbliche dell’Unione Sovietica.

L’imperialismo americano ne ha approfittato per iniziare ad impadronirsi dei Balcani, della Jugoslavia e dell’Iraq – ex sfere di interesse sovietiche – che non avrebbero osato toccare in passato. La disgregazione della Jugoslavia e il bombardamento della Serbia hanno contribuito a creare la sensazione che la Russia fosse accerchiata e sotto assedio. Insieme al collasso economico e all’impoverimento generale, questo ha prodotto un profondo senso di umiliazione nazionale.

Tuttavia, nessuna economia può continuare a crollare per sempre. Prima o poi, la produzione comincia a riprendersi e questo è successo in Russia, in particolare dopo la crisi e la svalutazione del rublo nel 1998. Successivamente, l’economia russa è migliorata, in gran parte a causa del boom del capitalismo mondiale e della domanda di petrolio e gas russo. Putin ha beneficiato di questa ripresa. É il rappresentante degli oligarchi russi che si sono arricchiti tramite un saccheggio  vergognoso dello stato e del popolo russo. Ha anche guadagnato popolarità facendo mostra di resistere all’imperialismo statunitense.

Putin e l’oligarchia reazionaria russa sono riusciti a consolidare il capitalismo in Russia (almeno temporaneamente) solo basandosi sulle conquiste rese possibili dalla rivoluzione d’ottobre. La Russia di oggi è molto diversa dalla Russia del 1917. Anche se la produttività media del lavoro in Russia è la metà della media europea, tuttavia, grazie alle conquiste rese possibili dalla Rivoluzione d’Ottobre, è un paese moderno, industrializzato e con una forte classe operaia. È anche una formidabile potenza militare.

A differenza di Eltsin che ha adottato un atteggiamento servile nei confronti dell’imperialismo statunitense, Putin si sta facendo valere nei confronti di America e Europa: in Georgia, in Ucraina e in Crimea (e ultimamente in Siria). La prima preoccupazione del Cremlino (l’oligarchia al potere) era ed è quella di riaffermare il dominio della Russia sulle sue antiche sfere d’influenza, a partire dalle ex repubbliche sovietiche che si trovano ai suoi confini. Nel caso della Georgia, gli imperialisti americani hanno ricevuto un calcio nei denti. Putin ha detto: fin qui e non oltre. Nella guerra del 2008 in Georgia, Mosca non ha esitato a usare la sua potenza militare per rimarcare questo punto. Più tardi ha fatto la stessa cosa in Ucraina. Questo dimostra i limiti del potere dell’imperialismo statunitense e la crescente potenza e fiducia della cricca dirigente russa.

Sebbene non disponga nemmeno lontanamente della forza dell’imperialismo statunitense, la Russia è riuscita a volgere a suo vantaggio gli errori degli imperialisti statunitensi, che hanno spremuto eccessivamente le loro forze e a utilizzare le forze superiori della Russia stessa a livello di truppe di terra a livello regionale. In effetti i russi hanno vinto nel conflitto ucraino. Gli americani hanno continuato a tentennare ma alla fine non hanno fatto nulla. Hanno imposto sanzioni, ma l’unico risultato è stato quello di portare il sostegno di Putin a circa l’80%. Quest’ultimo ha risposto intervenendo in Siria. Gli imperialisti americani non erano molto contenti, ma sono stati costretti ad accettarlo.

La natura del regime di Putin

Come si può caratterizzare la Russia di Putin? È stata descritta come uno stato gangster mafioso. Questa definizione è corretta in una certa misura, ma non va abbastanza in profondità. Questa caratterizzazione descrive solo la forma mostruosa dello stato russo. Non ci dice nulla sul suo carattere di classe preciso. In realtà, evita del tutto la questione centrale. Poniamo la questione concretamente, e per gradi. La Russia è capitalista? Siamo tutti d’accordo che lo è. La Russia è uno stato capitalista, controllato da un’oligarchia che possiede grandi aziende e banche che sono state saccheggiate dall’economia nazionalizzata. Questi monopoli giganteschi sono strettamente legati allo stato – uno stato borghese – che è gestito negli interessi degli oligarchi. Questi ultimi hanno bisogno di un uomo forte al Cremlino, in parte perché temono le masse, in parte per risolvere le numerose faide tra i diversi oligarchi per la divisione del bottino.

Tutte queste caratteristiche si conformano molto da vicino a quello che Lenin ha descritto come capitalismo monopolistico statale. L’elemento mafioso e gangsteristico è secondario. L’unica differenza è che mentre i mafiosi occidentali (che controllano anche lo stato nell’interesse delle grandi banche e dei monopoli) hanno avuto abbastanza tempo per mascherare la loro dittatura sotto una foglia di fico di democrazia formale, i parvenù russi non si sentono sufficientemente sicuri per permettere tali lussi. In America e in Gran Bretagna, un velo discreto è stato posato sulla dittatura del Capitale; in Russia si presenta nella sua forma più nuda ed evidente. Ma l’essenza è esattamente la stessa.

La Russia è uno stato capitalista governato da un’oligarchia parassitaria e rapace. Ma se si dice “a”, bisogna dire “b”, “c” e “d”. La politica estera dell’oligarchia russa, come quella di qualsiasi altro stato capitalista, è determinata dagli interessi e dagli scopi cinici della borghesia russa. E poiché la politica estera è l’estensione della politica interna, Putin non si ferma davanti a nessun mezzo violento per imporre la sua volontà fuori dai confini della Russia ogni volta che lo ritiene necessario per proteggere gli interessi degli oligarchi russi – e i suoi, naturalmente.

Il regime russo è un regime di bonapartismo borghese. Un regime bonapartista è un regime di crisi in cui le contraddizioni della società non possono essere risolte nel “normale” funzionamento della democrazia borghese. Lo stato tende ad elevarsi al di sopra della società nella persona di un “uomo forte” che pretende di stare al di sopra delle classi e dei partiti, rappresentando “la Nazione”. L’ex ufficiale del KGB Putin si basa principalmente sulle forze armate, la polizia e il braccio esecutivo dello Stato, ma si equilibra anche tra le classi, utilizzando la retorica populista e nazionalista. E come ogni bonapartista della storia, cerca di proiettare un’immagine di forza partecipando ad avventure militari all’estero.

Qui vediamo una differenza notevole tra la Russia e la Cina. La Cina ha tutte le caratteristiche classiche dell’imperialismo come delineato da Lenin: capitalismo statale-monopolistico, esportazione di capitale, una spinta all’espansione per conquistare mercati stranieri e sfere d’influenza, una politica estera espansionistica volta ad ottenere il controllo delle rotte commerciali, ecc. L’imperialismo russo ha un carattere diverso. I suoi obiettivi sono più limitati e dettati principalmente da considerazioni strategiche e militari.

Ci sono poche prospettive di guadagno economico, per esempio, dalla conquista del Donbass in rovina. Anche la prospettiva futura del controllo del petrolio siriano sembra più che dubbia, e in ogni caso i russi hanno un sacco di petrolio proprio. Il conflitto in Ucraina non riguardava i mercati. I russi sono andati in Crimea, non a causa dei mercati (la Crimea non è un grande mercato) ma a causa di considerazioni militari strategiche. Non potevano permettere che la loro grande base navale di Sebastopoli cadesse nelle mani dei nazionalisti ucraini (cioè della NATO). Putin non vuole veramente il Donbass, che rappresenterebbe un drenaggio colossale per le risorse della Russia. Anche questo è per considerazioni geopolitiche. È una lotta tra l’imperialismo americano e l’imperialismo russo per il controllo di queste aree.

Questi sono chiari casi di… cosa? Siamo d’accordo che il regime russo è completamente marcio, marcio fino al midollo. Ma il fatto che un regime sia marcio e reazionario significa necessariamente che è un regime debole o che non può essere imperialista? Questo non è assolutamente scontato. Anche lo zarismo era un regime marcio – il regime di Rasputin. Ma era anche un formidabile stato imperialista.

Putin è un gangster, ma questo significa che è impopolare? No, non lo è. Al momento, ha circa l’80% di sostegno nei sondaggi. Anche se ammettiamo una certa quantità di manipolazioni, tutti i commentatori borghesi devono ammettere che rimane popolare, soprattutto tra i lavoratori. Naturalmente, capiamo che a un certo punto questo si trasformerà nel suo opposto. Ma per il momento, la politica di Putin di prendere a calci gli americani è popolare in Russia. Nel confronto con l’imperialismo americano si sta comportando piuttosto bene.

Questi fatti possono solo portare alla conclusione che la Russia oggi è uno stato imperialista, anche se è più simile al vecchio imperialismo zarista che alla Cina contemporanea o agli USA. La partecipazione della Russia all’economia mondiale capitalista è limitata, principalmente confinata al commercio di petrolio e gas. Ma interviene attivamente al di fuori dei suoi confini, sia militarmente che diplomaticamente, ed entra costantemente in conflitto con l’America, conflitto che a volte minaccia di trasformarsi in uno scontro militare diretto. Come si può dire allora che la Russia dipende dall’imperialismo americano?

Anche se non ha realmente la forza economica o militare per sfidare gli Stati Uniti sulla scena mondiale, cerca di avere una propria politica estera indipendente e vuole negoziare con gli Stati Uniti da una posizione di forza. Va da sé che questo confronto non contiene un briciolo di contenuto progressista. Non è più sufficiente affermare che la Russia è una potenza imperialista regionale. L’intervento in Siria lo dimostra. Commentando questo The Economist (14.5.2016) afferma:

“La Russia oggi difficilmente assomiglia alla semplice ‘potenza regionale’ come Barack Obama l’ha definita una volta. Qualsiasi strada per la pace in Siria passa ora attraverso Mosca. Solo la Russia e gli Stati Uniti d’America sono in grado di fermare la guerra in Siria, anche se hanno interessi e obiettivi politici diversi”, ha scritto Valery Gerasimov, capo dello stato maggiore russo, in un recente articolo”.

L’intervento della Russia in Siria ha cambiato decisamente la situazione militare. In Siria è Mosca che decide e gli americani sono stati costretti ad accettarlo. Tuttavia, l’intervento della Russia su scala mondiale è limitato nei suoi obiettivi, che sono principalmente di carattere militare-diplomatico. Il suo scopo principale è quello di impedire agli Stati Uniti di intervenire in quelle che considera le sue sfere d’influenza e di costringere gli americani a riconoscerla come una potenza mondiale che non può venire data per scontata. Il caso della Cina, tuttavia, è molto diverso.

Cina

Anche la Cina, come la Russia, mostra la totale correttezza della teoria della rivoluzione permanente. La borghesia cinese degenerata ha avuto più di 20 anni per svolgere i compiti della rivoluzione borghese-democratica, ma non è stata nemmeno in grado di stabilire l’unificazione della Cina o di combattere una guerra di successo contro l’imperialismo giapponese, per non parlare della realizzazione di una seria riforma agraria.

Proprio la bancarotta del capitalismo cinese e la necessità impellente delle masse di una via d’uscita hanno dato origine al fenomeno del bonapartismo proletario. Ciò era dovuto a una serie di fattori diversi: in primo luogo, l’impasse totale del capitalismo nei paesi arretrati e l’incapacità della borghesia coloniale di mostrare una via d’uscita; in secondo luogo, l’incapacità dell’imperialismo di mantenere il suo controllo con i vecchi mezzi del governo diretto militare-burocratico e infine il ritardo della rivoluzione proletaria nei paesi capitalistici avanzati.

Tuttavia, la debolezza del fattore soggettivo in Cina – l’assenza di un partito bolscevico-leninista – e l’esistenza di un potente regime di bonapartismo proletario in Unione Sovietica fecero sì che la rivoluzione cinese nascesse deformata fin dall’inizio. Tuttavia, la nazionalizzazione delle forze produttive e l’introduzione di un’economia pianificata, anche se su una base burocratica distorta, permisero alla Cina di avanzare rapidamente, ponendo le basi di una moderna economia industriale con una classe operaia numerosa e istruita.

Questo non è il luogo per discutere le ragioni della restaurazione capitalista in Cina. Lo abbiamo fatto altrove. Basti dire che la politica di autarchia di Mao (la variante cinese del socialismo in un solo paese) condusse la Cina in un vicolo cieco. Dopo la morte di Mao, una parte della burocrazia cinese guidata da Deng Xiaoping cercò di risolvere l’impasse del sistema economico burocratico con una riforma dall’alto e l’integrazione nell’economia mondiale.

Sotto il controllo di una casta burocratica parassitaria, la logica di questa politica portava inevitabilmente nella direzione del capitalismo. Come la burocrazia russa, i funzionari cinesi privilegiati si trasformarono in ricchi uomini d’affari saccheggiando i beni dello Stato. Ma a differenza delle loro controparti russe, mantennero il controllo saldamente nelle mani del partito “comunista”. Procedettero gradualmente, passo dopo passo e riuscirono ad evitare il tipo di crollo catastrofico che avvenne in Russia.

Dal punto di vista delle masse, la restaurazione capitalista in Cina rappresenta una marcia indietro storica. Ma la sofferenza e lo supersfruttamento degli operai cinesi non implicano che non sia avvenuto uno sviluppo delle forze produttive, così come la sofferenza e lo supersfruttamento degli operai britannici non significava che non ci fosse uno  sviluppo delle forze produttive al tempo della rivoluzione industriale. Al contrario, è proprio sulla base di quel supersfruttamento che il capitalismo si sviluppa e prospera. Questo avveniva ai tempi di Marx e avviene ancora oggi, sia in Cina che altrove.

La Cina ha potuto beneficiare del boom dell’economia mondiale e di un massiccio afflusso di investimenti stranieri da parte di capitalisti americani, giapponesi ed europei desiderosi di mettere le mani sul plusvalore estratto dal lavoro cinese a basso costo. Di conseguenza, la Cina ha vissuto un periodo di rapida crescita economica che è durato fino a poco tempo fa. I dati sulla forza lavoro mondiale nell’industria nel 2013 mostrano che il proletariato industriale globale ammontava a 725 milioni di persone. Di questi 106 milioni erano nei paesi industriali avanzati. 250 milioni erano in Asia orientale. In proporzione alla forza lavoro industriale totale, i lavoratori industriali delle economie sviluppate rappresentavano meno del 15% della classe operaia industriale mondiale. In Asia orientale la percentuale era vicino al 35% della classe operaia industriale. E gran parte di questa percentuale è rappresentata dalla Cina.

Si potrebbe dire che i contadini sono poveri, gli operai sfruttati. Tutto ciò è perfettamente vero. Le masse sono sempre sfruttate, anche nei paesi imperialisti. Ma questo non ci dice nulla sul grado di sviluppo economico. I marxisti non affrontano la storia da un punto di vista moralistico o sentimentale. Marx ha detto che il capitalismo è entrato sulla scena della storia grondando sangue da ogni poro, e questo è abbastanza vero. Ma lo stesso Marx disse anche che lo sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo era uno sviluppo progressivo perché rafforzava il proletariato e creava la base materiale per avanzare verso uno stadio superiore della società: il socialismo.

Da un punto di vista marxista, lo sviluppo delle forze produttive in Cina è positivo perché significa il rafforzamento della classe operaia, nonostante sia stato raggiunto attraverso lo sfruttamento brutale in fabbriche che assomigliano a quelle che esistevano in Gran Bretagna ai tempi di Marx e Dickens. Qualunque cosa si possa dire della Cina di oggi, una cosa è chiara anche a un cieco: la Cina di oggi non ha alcuna relazione con la Cina di un tempo che era una semi-colonia povera, arretrata e  assoggettata all’imperialismo. Al contrario, è la seconda nazione industriale più potente del mondo con un potente esercito. Quale parallelo possibile si può fare tra questa e la Cina di Chiang Kai-shek prima del 1949?

Crescita del potere economico della Cina

La Cina si è imposta con importanti multinazionali proprie. Tra le prime 75 aziende su scala globale, 12 sono cinesi. Sinopec, un gruppo petrolifero, è al numero due. La China National Petroleum è al quarto posto. La Industrial and Commercial Bank of China è al numero 18. La China Construction Bank è al numero 29 e poi ci sono imprese di costruzione, telefonia mobile, telecomunicazioni, motori e ferrovie.

È vero che in Cina è presente un numero significativo di multinazionali di altri paesi. Qualcosa come 450 delle prime 500 imprese del mondo operano in Cina, ma la Cina ha anche le sue proprie imprese, e sono sostenute dallo stato. Molte di esse sono di proprietà dello stato e le banche controllate dallo stato forniscono loro prestiti e capitali. Inoltre, la presenza di monopoli stranieri in Cina non prova, di per sé, che sia una “nazione dipendente”.

L’esportazione di capitale avviene regolarmente tra paesi capitalisti avanzati (imperialisti). Questa è una caratteristica normale del capitalismo nella fase dell’imperialismo. Il caso della Gran Bretagna è un esempio molto eclatante di questo processo. L’ex “officina del mondo” si è trovata in uno stato prolungato di declino nell’ultimo secolo. Questo declino ha raggiunto il punto in cui l’industria manifatturiera britannica ha praticamente cessato di esistere. Quasi tutta l’industria in Gran Bretagna è ora di proprietà di capitalisti stranieri – non solo americani, tedeschi e giapponesi, ma anche cinesi e indiani. Questo significa che il Regno Unito è una “nazione dipendente”? Naturalmente no. Ancora meno la Cina può essere messa in quella categoria.

Nell’edizione 2015 della lista Fortune 500 c’erano 98 aziende cinesi e 127 statunitensi. Nel 2000 c’erano solo dieci aziende cinesi e nel 2010 erano 46, mentre gli Stati Uniti nel 2000 ne avevano 179. Nel 2006 le cinque banche più importanti del mondo erano tutte delle tradizionali potenze imperialiste (USA, Regno Unito, ecc… ). Ma nel marzo 2009, le prime tre posizioni erano già occupate da banche cinesi e questa situazione perdura. (http://www.relbanks.com/worlds-top-banks/assets)

La prova più evidente che la Cina è arrivata ad uno stadio di sviluppo imperialista è l’attuale crisi di sovrapproduzione. La Cina produce più del 50% di tutto l’alluminio del mondo. Questo sta portando ad un crollo dei prezzi mondiali, spingendo in crisi i concorrenti. La sovracapacità cinese nella raffinazione del petrolio è stimata a 200 milioni di tonnellate, e “nel 2014 si pensava che le raffinerie cinesi funzionassero a soli due terzi della capacità”. Di conseguenza “le esportazioni di diesel sono balzate del 79%” nel 2015 e “le esportazioni totali nette di tutti i prodotti petroliferi aumenteranno del 31% quest’anno”. La sovracapacità delle imprese chimiche cinesi ha “spazzato via i profitti dei rivali giapponesi” nell’industria del poliestere. (Ibid.)

Mao sognava di superare la Gran Bretagna e l’America nella produzione di acciaio. In realtà, la Cina produce tanto acciaio (803 milioni di tonnellate nel 2015) quanto il resto del mondo messo insieme (1,599 miliardi di tonnellate), e la sua sovracapacità (400 milioni di tonnellate) sta distruggendo le industrie dei suoi concorrenti in tutto il mondo. Nell’aprile di quest’anno, secondo la World Steel Association, la Cina ha prodotto 69,4 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, più dei 65,5 milioni di tonnellate prodotti dal resto del mondo.

L’economia cinese si è sviluppata più velocemente di qualsiasi altra negli ultimi due decenni, e ha raggiunto un livello tecnologico molto alto in certi settori e in certe aree, ma la produttività media del lavoro rimane molto indietro rispetto a quella degli Stati Uniti e dell’Europa, e persino della Russia. La produttività cinese del lavoro è cresciuta in media dell’8,5% all’anno dal 1996. A seconda del metro utilizzato, la produttività cinese è circa un quarto di quella statunitense (in produttività del lavoro per addetto corretta per PPP – parità di potere d’acquisto – le cifre sono 26.793 dollari contro 118.826 dollari), ma la forza di un paese sulla scena mondiale non si decide solo sulla base dei livelli medi di produttività, altrimenti Lussemburgo e Norvegia sarebbero tra le principali potenze imperialiste.

La domanda a cui bisogna rispondere è: l’economia cinese si è sviluppata al punto di avere potenti monopoli, una sovrapproduzione e di conseguenza un’eccedenza di capitale, e una preponderanza di istituzioni finanziarie che facilitano l’esportazione di capitale, e non solo di merci? Dobbiamo rispondere in modo affermativo. Ma dopo venticinque anni di questa crescita, l’economia cinese si è scontrata con le contraddizioni fondamentali del capitalismo. La sovrapproduzione globale è stata enormemente esacerbata dalla sovrapproduzione dell’economia cinese.

Tra il 2011 e il 2013, la Cina ha riversato sul mercato quasi il 50% in più di cemento di quanto gli Stati Uniti abbiano fatto in tutto il “secolo americano”. La Cina è il più grande produttore del mondo, “che rappresenta quasi un quarto del valore aggiunto globale in questo settore” (The Economist, 12.9.2015). L’industria del carbone cinese, grande quasi quanto il resto del mondo messo insieme, “potrebbe avere 3,3 miliardi di tonnellate di capacità in eccesso entro due anni” (The Economist, 9.4.2016), il che significa che l’utilizzo della capacità è solo poco più del 50%, poiché il consumo interno è di 4 miliardi di tonnellate all’anno. Naturalmente è obbligata a esportare gran parte di questo carbone in eccesso.

Terrorizzata dal fatto che la sua sovracapacità porterà alla disoccupazione di massa in patria, la classe dominante cinese è intenzionata a esportare la sua disoccupazione altrove, lottando per assicurare alle sue industrie una quota di mercato più grande possibile. Questo sta esacerbando le contraddizioni dell’economia mondiale capitalista, creando una reazione contro la Cina che sta preparando il terreno per misure protezionistiche e future guerre commerciali. I capitalisti occidentali si lamentano che lo stato cinese protegge le proprie industrie, fornendo loro il capitale che le rende più competitive. Questo è considerato commercio “sleale”. Le tendenze protezionistiche si stanno rafforzando. Le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sono sempre più acute.

L’esportazione di capitale

Lenin ha spiegato che una delle caratteristiche chiave dell’imperialismo è l’esportazione di capitale, distinta dalla forma inferiore, l’esportazione di merci. La Cina è un grande esportatore di capitale. Non è solo il più grande produttore del mondo, ma anche il più grande commerciante del mondo. Dal 2009 è il più grande esportatore, e dal 2014 il più grande commerciante globale. Questo si riflette nei porti mondiali e negli impianti di spedizione, l’infrastruttura chiave per il commercio mondiale.

La Cina è infatti uno dei più grandi esportatori di capitale del mondo. “In appena un decennio, gli Investimenti esteri cinesi sono passati da praticamente nulla a più di 100 miliardi di dollari all’anno, lanciandola tra i primi tre esportatori di investimenti diretti a livello globale.” (FT, 25-6-2015.) Gran parte del capitale esportato dalla Cina è verso gli Stati Uniti ed è un’indicazione del relativo declino degli Stati Uniti come potenza imperialista, che ora è un importatore netto di capitale. Tuttavia, questo declino è di carattere relativo, non assoluto. Gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza imperialista del mondo. Ma la Cina è emersa a pieno titolo come un nuovo potente stato imperialista.

Questo è ciò che dice The Economist sulla questione dell’esportazione di capitale: “Dagli anni ’70 il commercio attraverso il Pacifico ha superato di gran lunga l’Atlantico… secondo una stima nel 2010 la Cina ha promesso più prestiti all’America Latina che la Banca Mondiale, la Banca Interamericana di Sviluppo e la Banca Import-Export degli Stati Uniti messe insieme”.

Questo rappresenta una massiccia esportazione di capitale cinese. E l’articolo continua: “La Cina ha interrotto gli investimenti e il commercio con i paesi vicini che si oppongono alla sua volontà di imporsi a livello territoriale, come il Giappone, le Filippine e il Vietnam”. Cioè, la Cina sta usando il suo peso economico per imporre la sua volontà agli altri paesi. La Cina sta costruendo oleodotti, ferrovie e strade nella regione principalmente per rifornire la propria economia di materie prime.

Ma la Cina sta già soffrendo le contraddizioni intrinseche del capitalismo. C’è un enorme surplus di capitale in Cina. C’è un disincentivo a investire in ulteriore produzione manifatturiera, almeno di manifattura di valore minore, in patria, poiché queste industrie sono già arrivate a uno stato di sovracapacità cronica. Le bolle speculative nell’edilizia e nel mercato azionario sono anche la prova di un surplus di capitale cinese alla ricerca di una strada redditizia al di fuori della produzione interna.

La Cina non esporta solo capitali nei paesi meno sviluppati, ma anche nei paesi a capitalismo avanzato. Quattro anni fa una delle aziende energetiche statali cinesi ha comprato la canadese Nexen per 15 miliardi di dollari. Più recentemente, David Cameron e la borghesia britannica sono stati disposti a tutto, strisciando davanti a Xi Jinping durante la sua visita di stato a Londra in un disperato tentativo di ottenere più investimenti e interscambi con la Cina, in un momento in cui migliaia di posti di lavoro britannici sono stati distrutti dal dumping dell’acciaio cinese.

Secondo i dati del 2013, la Cina possiede il primo (Shanghai), il terzo (Shenzhen), il quarto (Hong Kong), il sesto (Ningbo-Zhoushan), il settimo (Qingdao), l’ottavo (Guangzhou) e il decimo (Tianjin) porto container più trafficato del mondo. Gli Stati Uniti non hanno nessuno nella top ten – la sua prima voce è Los Angeles al 18° posto! Si stima che entro il 2030 la Cina possiederà un terzo delle navi container del mondo. Il 30% del volume delle esportazioni su container nel mondo proviene dalla Cina, tre volte la quantità degli Stati Uniti.

Nel 1964, gli Stati Uniti avevano la più grande Marina Mercantile del mondo (l’insieme delle navi necessarie al commercio), ora sono stati relegati al quattordicesimo posto, con la Cina al secondo. Questa posizione incontestabile nel commercio mondiale può e deve portare a sviluppi imperialisti in termini di esportazione di capitale, soprattutto perché il costo del lavoro in Cina aumenta rapidamente.

C’è una statistica che parla più chiaro di qualsiasi altra nel dimostrare che la Cina è impegnata nell’esportazione di capitali. Nel 2014 gli investimenti diretti cinesi verso l’esterno hanno superato gli investimenti diretti esteri in Cina. Ciò significa che per la prima volta la Cina ha investito più all’estero di quanto sia stato investito nel paese dall’estero.

Lenin spiegò come l’esportazione di capitale in eccesso tendeva ad essere strettamente legata agli interessi strategici della potenza imperialista, piuttosto che essere semplicemente un mezzo per fare profitti per una particolare azienda. Fece l’esempio di come le banche tedesche “hanno promosso in modo metodico e indipendente l’industria del petrolio, per esempio in Romania, allo scopo di avere alcuni loro “propri” punti di appoggio“.

Questo è un prodotto della crescente tendenza dei monopoli giganti a sviluppare stretti legami con lo stato. Proprio come il capitalismo tedesco, escluso dai mercati petroliferi consolidati dai concorrenti americani, ha ottenuto l’aiuto dello stato per trovare mercati petroliferi altrove, così il capitale cinese sta usando le sue montagne di denaro e l’influenza commerciale per costruire e sviluppare mercati e rotte commerciali alternative di energia e materie prime.

Relazione economica tra Cina e Stati Uniti

A partire dal 2013, la Cina è il terzo più grande esportatore verso gli Stati Uniti di prodotti agricoli, aerei, macchinari e veicoli, con 122,1 miliardi di dollari. È anche il più grande importatore verso gli Stati Uniti con entrate per un totale di 440,4 miliardi di dollari. Nel complesso, la Cina rappresenta circa l’8% delle entrate dell’indice Standard & Poor’s 500.

In passato, un paese oppresso e dipendente era pesantemente indebitato con i suoi padroni imperialisti. Questa era l’indicazione più chiara del suo stato di paese dominato. La Russia zarista, per esempio, era pesantemente indebitata con la Francia e altre nazioni imperialiste. Ma nel caso della Cina questa relazione è stata ribaltata. La rapida ascesa dell’industria manifatturiera e il successo della Cina sui mercati mondiali le hanno fornito le più grandi riserve di valuta estera del mondo.

Rispetto alle altre nazioni straniere, la Cina è il più grande proprietario straniero di titoli del Tesoro USA, con un totale che ammontava a un milione e 224mila milardi di dollari nel febbraio 2015, il secondo è il Giappone. È anche il più grande investitore statunitense. La Cina detiene ora la stessa quantità di titoli stranieri del Giappone, che è senza dubbio un paese imperialista. Tra di loro questi due paesi possiedono circa la metà del totale mondiale dei titoli detenuti all’estero.

Il debito di proprietà giapponese non suscita la stessa ostilità del debito di proprietà cinese, perché il Giappone è visto come una nazione più amichevole. I giapponesi non hanno l’abitudine di costruire isole nel Mar Cinese Meridionale o di sfidare l’egemonia americana in altri modi. Ma la Cina è vista con un misto di invidia, sospetto e paura.

I prestatori cinesi hanno comprato i titoli del tesoro americano in parte perché la Cina vuole mantenere lo yuan ancorato al dollaro per mantenere basso il costo delle esportazioni cinesi. I cinesi hanno bisogno del mercato americano per vendere le loro merci così da mantenere le imprese in funzione. Inoltre, poiché il dollaro è visto come una delle valute più sicure, i cinesi credono che questo legame garantirà la stabilità dello yuan.

La Cina ha un interesse specifico a mantenere lo yuan più debole del dollaro per assicurare che i prezzi delle sue esportazioni rimangano competitivi. Questa strategia ha fatto sì che la Cina sia in grado di esportare più di qualsiasi altra nazione del mondo. Lo yuan debole è stato un elemento che le ha permesso di mantenere un crescita del 10% annuale del suo prodotto interno lordo (PIL) per 30 anni. Per il momento la fiducia mondiale nel dollaro fornisce una certa rete di sicurezza per lo yuan. Ma questo potrebbe non durare. Ad un certo punto, è del tutto possibile che la Cina voglia indebolire il legame tra lo yuan e il dollaro, o addirittura permettere allo yuan di fluttuare.

In linea di principio questi prestiti sono rimborsabili in dollari. In caso di necessità, i cinesi potrebbero vantare i loro crediti in cambio di biglietti verdi. Nel 2013 e 2014 la Cina ha causato allarme quando ha iniziato a comprare molto oro da conservare nei suoi caveau bancari. Questo esprimeva già una preoccupazione crescente rispetto alla futura stabilità del dollaro. La Cina ha trascorso i primi mesi del 2015 vendendo debito e vantando i crediti sui prestiti, diminuendo il suo totale a meno di 1.200 miliardi di dollari. Questo era solo un assaggio degli eventi futuri.

Dato che la Cina è il più grande proprietario straniero di buoni del Tesoro USA, obbligazioni e banconote, un crollo del mercato azionario cinese spingerebbe il governo cinese a iniziare a vendere questi titoli per ridurre il proprio debito. Questo provocherebbe una caduta istantanea del dollaro USA, costringendo la Federal Reserve ad aumentare i tassi d’interesse, innescando un crollo. La Cina non vorrebbe percorrere questa strada, poiché un dollaro in calo spingerebbe verso l’alto il valore dello yuan, aumentando i prezzi delle esportazioni cinesi e approfondendo così la crisi in Cina. Tuttavia, un tale scenario è possibile in futuro e allarma gli americani.

Ogni politico americano ha espresso preoccupazione per l’entità dei debiti che il governo degli Stati Uniti ha nei confronti dei finanziatori cinesi. Questo mette in discussione la relazione tra imperialismo e colonie. Da quando una povera nazione dipendente ha sottoscritto i debiti della più potente potenza imperialista della terra?

La Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture

 Un ulteriore esempio della spinta della Cina a diventare una potenza mondiale è stato il lancio della Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB). Se Lenin aveva ragione sul fatto che l’esportazione di capitale in eccesso è una delle caratteristiche che definiscono l’imperialismo moderno, allora il fatto che la Cina abbia investito centinaia di miliardi delle sue riserve di valuta estera in una banca di investimento internazionale legata alla realizzazione dei suoi interessi strategici è una chiara prova della natura imperialista della Cina. Il lancio dell’AIIB è significativo non solo per l’esportazione di capitali, ma anche per il suo trionfo diplomatico sulla scena mondiale. L’offerta è stata estesa ben oltre l’Asia.

Pubblicamente l’America dice di accogliere l’ascesa della Cina allo status di grande potenza, a patto che i cinesi rispettino le norme internazionali e svolgano un ruolo adeguato nel “sistema multilaterale”. Ma in pratica, ogni volta che la Cina fa qualcosa sulla scena mondiale, gli Stati Uniti cercano di frenarla. L’America ha sistematicamente bloccato la Cina dall’aumentare il suo peso in organismi finanziari internazionali come il FMI. Anche una modesta proposta di aumentare le risorse del FMI (dando un po’ più voti alla Cina) è stata bloccata per anni al Congresso. L’America ha anche frustrato i tentativi di aumentare il peso della Cina nella Banca Mondiale. Ha anche escluso la Cina dal suo progetto di Partenariato Trans-Pacifico (TPP), un  accordo di libero scambio.

Lo abbiamo visto nel caso dell’AIIB, dove, come al solito, l’America ha adottato una politica di contenimento, ma questa è fallita nella pratica. Dietro le quinte gli americani hanno fatto pressione sui loro alleati perché non vi aderissero. Quando la Gran Bretagna è diventata il primo paese al di fuori dell’Asia a fare domanda di adesione, un funzionario americano si è lamentato della sua tendenza verso “l’accomodamento costante” nei confronti della Cina. Ma questo non ha impedito a Germania, Francia e Italia di annunciare che anche loro volevano essere membri fondatori. Tutti i paesi europei della NATO hanno firmato. L’unico paese che ha rifiutato di firmare l’AIIB è stato il Giappone. È interessante notare l’atteggiamento della Russia verso l’AIIB. Vi hanno aderito e sono diventati i terzi maggiori azionisti. Putin ha invitato l’AIIB a investire in Russia. In generale la politica estera della Russia converge con la Cina quando si arriva a uno scontro con gli USA.

Una caratteristica dell’esportazione di capitale descritta da Lenin era la tendenza dei prestiti e degli investimenti a coinvolgere altri monopoli collegati del paese imperialista. La Gran Bretagna o la Francia prestavano denaro a un paese per sviluppare le sue infrastrutture a condizione che i prestiti fossero spesi in imprese britanniche e francesi, in modo che lo stato imperialista ne beneficiasse due volte – una volta dai rimborsi degli interessi e un’altra volta dai contratti per i quali questi prestiti venivano spesi.

Questa caratteristica viene ripetuta anche dallo stato cinese, che vede le opportunità di investimento che lo circondano come un mezzo per mantenere le fabbriche aperte e i lavoratori al lavoro: “La crescita del settore delle costruzioni sta rallentando e la Cina non ha bisogno di costruire molte nuove superstrade, ferrovie e porti, quindi deve trovare altri paesi che lo facciano… Uno dei chiari obiettivi è quello di ottenere più contratti per le imprese di costruzione cinesi all’estero.” (Financial Times, 12.10.15.)

Già nel 2016 ci sono stati oltre 100 miliardi di dollari in fusioni e acquisizioni transfrontaliere da parte di aziende cinesi – un terzo del totale globale. Le esportazioni di capitale cinese coinvolgono sia le aziende statali che il settore privato. Tutti i fenomeni che abbiamo descritto sono tipici dell’imperialismo.

Cina e America Latina

Negli ultimi decenni c’è stato un aumento massiccio del commercio tra Asia e America Latina. L’Asia ha superato l’UE come secondo partner commerciale dell’America Latina dopo gli Stati Uniti. Di questo commercio la Cina ha di gran lunga la quota maggiore. Nel caso di Brasile, Cile e Perù, la Cina ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale. E qual è la natura di questo commercio? La Cina ha esportato merci in America Latina e ha importato risorse naturali. Questo è il contrario di quello che ci si aspetterebbe da un’economia sottosviluppata e dipendente. È infatti tipico della relazione di un paese imperialista con le economie più sottosviluppate.

E il ruolo della Cina in Venezuela? Nessun paese presta denaro al Venezuela tranne i cinesi. E questo porta il capitale finanziario cinese ad avere un grande impatto in Venezuela. In passato, quando i prezzi del petrolio erano alti, il Venezuela restituiva il denaro in petrolio e questo era calcolato in media al di sotto del prezzo mondiale del greggio, così i cinesi consumavano il petrolio di cui avevano bisogno e vendevano il resto, realizzando un profitto. In questa relazione la maggior parte del profitto andava ai cinesi. Ma questo non è più possibile.

I cinesi non hanno più la capacità di consumare tutto il petrolio che il Venezuela invia alla Cina in cambio di denaro e non è più redditizio vendere il petrolio in eccesso perché i prezzi sono troppo bassi. Così il modo in cui i cinesi ottengono i loro soldi dai prestiti è attraverso la creazione di zone economiche speciali. Questo è quello che si potrebbe chiamare la cinesizzazione del Venezuela.

In queste zone economiche speciali non si pagano tasse. Le imprese che investono in queste zone non hanno bisogno di essere iscritte all’anagrafe tributaria. In queste zone non si applica nemmeno la democrazia borghese. Il presidente nomina dall’alto un governatore locale e le leggi sul lavoro dipendono dal governatore. Questo non è molto diverso da quello che proporrebbe il FMI. Ciò che mostra la natura imperialista della Cina è che queste concessioni sono orientate ad andare a beneficio del capitale cinese.

Queste aziende si basano su un capitale misto: cinese e venezuelano. Ma sono costituite sulla base di prestiti dalla Cina e il resto dei prestiti elargiti al Venezuela sono destinati a comprare beni cinesi. Per esempio, un anno fa il Venezuela ha acquistato 10.000 taxi cinesi. Questa è una merce che non è una priorità per il paese in questo momento, ma la Cina aveva una sovrapproduzione di taxi ed è stato il Venezuela a comprarli.

La Cina in Africa

La Cina sta espandendo il suo ruolo in Africa. I suoi investimenti in diversi paesi come Nigeria, Angola e Gabon, hanno superato le loro controparti occidentali, con la costruzione di ferrovie e strade e la presa in controllo di miniere, petrolio, ecc. La Cina è ora il più grande partner commerciale dell’Africa. La quota di esportazioni africane che la Cina riceve è passata dall’uno al quindici per cento nell’ultimo decennio, mentre la quota dell’Unione Europea è scesa dal trentasei al ventitre per cento.

Per la Cina, l’Africa rappresenta una fonte chiave di materie prime, un mercato per prodotti cinesi a basso costo e opportunità di investimento in infrastrutture, soprattutto in mercati potenziali dove le imprese occidentali sono scoraggiate da considerazioni politiche come le sanzioni o l’instabilità politica. La Cina è attivamente impegnata nello sfruttamento delle ricche risorse naturali dell’Africa, specialmente il petrolio greggio di cui la Cina è ora il secondo consumatore mondiale, con oltre il 25% delle sue importazioni di petrolio provenienti dal Sudan e dal Golfo di Guinea. Quasi ogni paese africano ha oggi al suo interno esempi della presenza della Cina: giacimenti di petrolio a est, fattorie a sud, miniere nel centro del continente, ecc.

La relazione tra Cina e Africa è un caso assolutamente classico di sfruttamento coloniale. Questo fatto è stato commentato da molti osservatori, specialmente dai sindacati africani. L’International Textile, Garment and Leather Workers Federation Africa Chapter, che rappresenta i sindacati di Sudafrica, Zimbabwe, Mozambico, Lesotho, Swaziland e Zambia, ha pubblicato il seguente commento sull’invasione dei mercati africani da parte della Cina: “Sempre più spesso il modello commerciale tra il continente africano e la Cina sta diventando di carattere coloniale, con i paesi africani che esportano materie prime in Cina e importano prodotti finiti”.

La Cina ha preso il controllo delle risorse naturali africane utilizzando manodopera e attrezzature cinesi senza trasferire competenze e tecnologia in Africa. Lamido Sanusi, il governatore della Banca centrale della Nigeria, ha scritto sul Financial Times: “La Cina prende le nostre materie prime e ci vende prodotti finiti. Questa era anche l’essenza del colonialismo”. Ha aggiunto: “L’Africa deve riconoscere che la Cina – come gli Stati Uniti, la Russia, la Gran Bretagna, il Brasile e gli altri – è in Africa non per gli interessi africani ma per i propri”.

Gli imperialisti cinesi sfruttano e opprimono brutalmente i lavoratori africani, i lavoratori cinesi vivono in campi recintati e sono tenuti separati dai lavoratori locali anche se spesso devono lavorare con loro durante le ore di lavoro. Ci sono stati molti resoconti che denunciano un atteggiamento apertamente razzista verso i lavoratori africani che sono trattati poco meglio degli schiavi… Lo Zambia con tutto il suo rame e le sue pietre preziose è stato particolarmente attraente per la Cina perché ha permesso agli investitori di portare i loro profitti all’estero. Un rapporto di Human Rights Watch ha detto che i proprietari cinesi delle miniere di rame in Zambia violano regolarmente i diritti dei loro dipendenti, non fornendo adeguate protezioni e garantendo condizioni di lavoro sicure.

Quando i dipendenti zambiani della miniera di carbone Collum, di proprietà cinese, hanno protestato, i loro dirigenti cinesi hanno sparato colpi di pistola contro i minatori, ferendone tredici. Dopo che gli interessi commerciali cinesi hanno fatto pressione sul governo di Lusaka di allora, la pubblica accusa ha improvvisamente lasciato cadere le sue accuse contro i manager. Più tardi centinaia di minatori che protestavano a Collum hanno ucciso un manager cinese e ferito altri due supervisori cinesi. Questi sono tutt’altro che casi isolati.

La “nuova via della seta”

Il primo progetto confermato dell’AIIB è legato agli interessi strategici della Cina. È quello di finanziare tre dei progetti “One Belt, One Road”: finanziare la costruzione di strade chiave in Pakistan, Tagikistan e Kazakistan. Attraverso l’AIIB e le banche statali cinesi, la Cina prevede di spendere 46 miliardi di dollari per i primi investimenti in strade e un porto chiave a Gwadar. Il progetto si chiama Corridoio economico Cina-Pakistan, e la Cina ha convinto lo stato pakistano a garantire la sicurezza per questo progetto, con 10.000 dei suoi soldati a guardia dei lavori, per proteggerli dai “terroristi” e dalle migliaia di contadini che saranno sfrattati dalle loro terre.

Il Financial Times (12.10.15) ha detto che il progetto della Via della Seta è il più grande atto di diplomazia economica dai tempi del Piano Marshall lanciato dall’America dopo la seconda guerra mondiale e per finanziarlo, le banche statali cinesi riceveranno un’iniezione di capitale di 60 miliardi di dollari dalle riserve valutarie.  Si estende fino alla Nigeria e allo Zimbabwe, che riceveranno 5 miliardi di dollari di investimenti per le ferrovie necessarie all’integrazione con questa “One Belt, One Road”.

Questo è forse l’esempio più chiaro delle aspirazioni espansionistiche della Cina. Il più grande partner commerciale della Cina al di fuori dell’Asia è l’UE. La Cina ha deciso che è nei suoi interessi strategici sviluppare rotte commerciali lungo la rotta terrestre verso il Medio Oriente e l’Europa. Questo collegherebbe paesi con una popolazione di circa tre miliardi di persone. Il progetto della Via della Seta nel suo complesso dovrebbe costare mille miliardi di dollari.

Il Corridoio economico Cina-Pakistan, secondo i suoi ideatori, è un mega progetto che mira a collegare il porto di Gwadar nel sud-ovest del Pakistan alla regione autonoma cinese dello Xinjiang come estensione dell’iniziativa cinese della Via della Seta. Questo dovrebbe fornire benefici al Pakistan riguardo ai trasporti, alle infrastrutture, alle telecomunicazioni e all’energia. In realtà, è un piano per trasformare il Pakistan in un satellite cinese.

La Cina otterrà la maggior parte dei benefici con l’apertura di rotte commerciali per la Cina occidentale e fornendo alla Cina un accesso diretto alla regione del Medio Oriente, ricca di risorse, attraverso il Mar Arabico, bypassando le rotte logistiche attualmente più lunghe che passano attraverso lo Stretto di Malacca. Includerà la costruzione di autostrade, ferrovie, gas naturale e oleodotti che collegheranno la Cina al Medio Oriente. La partecipazione della Cina a Gwadar le permetterà anche di espandere la sua influenza nell’Oceano Indiano, una rotta vitale per il trasporto del petrolio tra l’Atlantico e il Pacifico.

Questi fatti rivelano chiaramente che questo progetto è fondamentalmente concepito dall’élite cinese a vantaggio degli interessi geopolitici e strategici dello stato cinese. Questo progetto è osteggiato dall’imperialismo statunitense e anche da una parte importante dei nazionalisti Beluci. Non porta alcun beneficio agli abitanti di Gwadar che vivono e lavorano in condizioni disperate. Al contrario, vengono privati dei loro diritti nella regione. C’è risentimento anche tra i Sindh e nelle altre nazionalità, le cui zone sono state ignorate da questo “corridoio”.

Il commercio della Cina con l’Asia centrale ha già raggiunto 50 miliardi di dollari nel 2013, soppiantando la Russia come primo partner commerciale della regione (un aumento di 50 volte da 1 miliardo di dollari nel 2000). La Cina ha già conquistato questa regione economicamente ed è in procinto di farlo politicamente. Il Financial Times cita un eminente economista europeo che afferma che “Loro [la Cina] sono sempre più attivi in tutti i settori [dell’Asia centrale] e non si può immaginare che il capitale occidentale o russo possa prendere il loro posto”. Lo stesso articolo prosegue:

“In Kazakistan, le aziende cinesi possiedono tra un quinto e un quarto della produzione di petrolio del paese – circa la stessa proporzione della compagnia petrolifera nazionale. In Turkmenistan [la Cina rappresenta] il 61% delle esportazioni l’anno scorso … il vice ministro delle finanze tagiko l’anno scorso ha detto al FT che Pechino avrebbe investito 6 miliardi di dollari in Tagikistan nei prossimi tre anni – una cifra equivalente a due terzi del PIL annuale del paese”.

L’articolo cita poi una classica dichiarazione imperialista di Liu Yazhou, un generale dell’Esercito Popolare di Liberazione, che ha definito l’Asia centrale “un ricco pezzo di torta arrivato dal cielo al popolo cinese attuale.” (Financial Times, 14.10.15.)

Xi Jinping sta cercando di creare una nuova cintura economica tra la Cina e il mondo attraverso il Kazakistan. La difficoltà maggiore presentata dall’Asia centrale è che è sempre stata la sfera d’influenza della Russia, e Putin è intenzionato a ristabilire il potere della Russia stessa. Questo spiega in parte l’accordo stretto tra la Russia e la Cina, attraverso il quale Putin ha tentato di vanificare le sanzioni imposte dall’Occidente dopo la conquista della Crimea da parte della Russia.

La Russia sembra cedere la leadership economica nella regione in cambio di quella militare. È diventata un membro attivo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai guidata dalla Cina, un’associazione di “sicurezza” asiatica che Putin sembra vedere come un potenziale successore del Patto di Varsavia. L’industria degli armamenti della Russia e l’alleanza con la Cina la metterebbero in una posizione perfetta per giocare il ruolo militare principale in questo nuovo “blocco orientale”.

Il Mar Cinese Meridionale

Nella regione non manca certo materiale infiammabile, come le tensioni all’interno e tra le nazioni stesse. Il Vietnam, così come la Corea del Sud e Taiwan sono ora in una posizione di equilibrio tra gli Stati Uniti e la Cina. Con il tempo, il peso della Cina in questo situazione di equilibrio non potrà che crescere.

Queste pressioni politiche in Asia minacciano di destabilizzare la regione. La prova più drammatica delle ambizioni imperiali della Cina è stata la sua campagna di costruzione di isole nel Mar Cinese Meridionale. Ciò è legato alla rivendicazione cinese aggressiva della “linea dei nove tratti” su questo mare che esprime l’obiettivo della Cina di strappare il controllo dei mari della Cina meridionale e orientale agli Stati Uniti, dando alla Cina una posizione di forza a livello mondiale.

Dal settanta all’ottanta per cento delle forniture vitali di petrolio della Cina vengono importate attraverso lo Stretto di Malacca, ma la marina statunitense, insieme alle sue “colonie” nel sud-est asiatico, ha qui un controllo strategico. In una guerra o in altre crisi, la Cina potrebbe essere privata del petrolio e dell’accesso ai suoi mercati d’esportazione in un istante. È evidentemente nei suoi interessi strategici trovare un modo per aggirare questo ostacolo, costruendo isole artificiali che ha creato in cima a piccole rocce e scogli.

Questa politica, se lasciata continuare, annetterebbe alla Cina i mari che circondano tutte le principali nazioni del sud-est asiatico. La marina statunitense è la più forte della regione. Ma la Cina sta provocando gli Stati Uniti, acquisendo sempre più tratti di mare, o addirittura costruendo nuove isole. Sta testando e sondando la risolutezza dell’America. L’America ha risposto facendo transitare la sua marina vicino a queste “isole”. In risposta alle ripetute richieste di Washington di smettere di costruire isole (e una nuova base aerea) nel Mar Cinese Meridionale, l’Esercito Popolare di Liberazione ha commissionato una nuova nave logistica, la più grande in assoluto, per rifornire le sue truppe sulle isole, rocce e scogliere lontane che la Cina controlla nelle acque contese.

L’ammiraglio Scott Swift della flotta del Pacifico della Marina degli Stati Uniti ha detto che la Cina ha “la capacità” di difendere la sua sovranità nella zona, dove ha costruito isole e piste di atterraggio su scogliere contestate. Nonostante questo, i cinesi continuano a costruire nuove isole. E la Cina metterà in orbita la sua seconda stazione spaziale, Tiangong-2, nel 2016. A parte il suo significato tecnologico, questo ha un’importanza militare. Tutto questo mostra la contraddizione che si sta sviluppando tra la Cina e gli Stati Uniti. Non è un caso che Obama abbia recentemente visitato il Giappone e il Vietnam, cosa che la Cina ha correttamente interpretato come una mossa diretta contro se stessa.

Il potere economico genera il potere politico

Lenin dice: “Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie.”. Non è chiaro che la Cina, avendo realizzato la restaurazione capitalista, è costretta a perseguire i suoi interessi su scala globale nella sua ricerca di mercati e materie prime? E non è altrettanto chiaro che questa ricerca la sta portando in conflitto, non solo con i paesi vicini (Vietnam, Giappone, Taiwan, ecc.) ma anche con la principale superpotenza, gli Stati Uniti?

L’apparato statale cinese è un prodotto della rivoluzione cinese del 1949. Questo stato forte e ben organizzato, indipendente dall’influenza imperialista, è stato in grado di favorire e proteggere attentamente una classe capitalista in via di sviluppo. In pochi decenni, ha presieduto alla creazione di massicci monopoli, sia statali che privati, e a una vasta accumulazione di capitale. Tutta la storia dimostra che l’accumulo di potere economico deve esprimersi a un certo punto nella costruzione del potere politico e militare. Attualmente le nazioni chiave di questa regione – Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Malesia, Taiwan, Filippine – sono tutte alleate degli americani. Il boom dell’economia cinese ha reso questa regione la chiave del commercio mondiale, ma gli Stati Uniti controllano la zona.

La Cina oggi non ha solo una potente base industriale. Ha anche un esercito potente. E perché stanno costruendo isole nel Pacifico? Lo fanno per prendere il controllo di un mare molto importante sul quale si svolge un terzo del commercio mondiale. Gli americani sono furiosi per tutto ciò e lo denunciano. Tutto questo è solo teatro? Gli americani mandano navi da guerra a navigare vicino a queste isole “per difendere la libertà di navigazione”. Questo li porta ad un confronto molto serrato con i cinesi. Probabilmente non porterà alla guerra, ma i conflitti sono reali e molto seri.

Con la sola eccezione del Giappone, il più grande partner commerciale di tutti questi paesi è la Cina, non gli Stati Uniti. Queste contraddizione si intensificheranno con il passare del tempo, e dovranno produrre un cedimento. Questo processo è stato visto persino in Nuova Zelanda e nel Regno Unito, tradizionalmente fedeli alleati degli Stati Uniti. La Nuova Zelanda ha detto che non avrebbe firmato l’accordo commerciale TPP se fosse stato progettato per contenere e isolare la Cina.

Il Financial Times (12.10.2015) commenta: “Mentre alcuni vicini accoglieranno l’investimento, è meno chiaro che vorranno l’eccesso di capacità produttiva della Cina. Molti di questi paesi hanno disoccupazione e acciaierie di scarso rendimento, o ambizioni di sviluppare la propria industria piuttosto che importare quella di qualcun altro.” Sono già emersi attriti sui contratti con lo Sri Lanka, dove il nuovo governo non vuole onorare gli accordi fatti dal vecchio.”

E conclude come segue:

“La teoria di Lenin secondo cui l’imperialismo è guidato dall’eccedenza di capitali sembra essere vera, stranamente, in uno degli ultimi paesi (apparentemente) leninisti del mondo. Non è una coincidenza che la strategia della Via della Seta coincida con le conseguenze di un boom di investimenti che ha lasciato una grande sovracapacità e la necessità di trovare nuovi mercati all’estero.”

Se gli strateghi del Capitale sono in grado di vedere che la Cina è una nuova potenza imperialista che rappresenta una minaccia crescente per l’Occidente, sicuramente i marxisti dovrebbero essere in grado di vedere la stessa cosa. Lenin ha sottolineato che l’equilibrio internazionale delle forze cambia costantemente e le sfere di influenza si spostano come le placche tettoniche che si trovano sotto i continenti. E come queste ultime possono produrre terremoti, così la lotta tra le potenze per le sfere d’influenza può produrre tutti i tipi di crisi e conflitti.

Nel 2000 la Cina aveva 2,5 milioni di  soldati, tesi a scoraggiare potenziali aggressori. Ma la storia della guerra ci insegna che la difesa può facilmente trasformarsi in offesa. La Cina è ora il maggior contributore per quanto riguarda forze di pace e osservatori tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ha inviato truppe in Liberia, Congo, Sudan, Haiti e persino in Libano. Questo è una prova pratica per interventi militari più seri sul suolo straniero in un momento successivo. La Cina ha recentemente approvato una legge che permette per la prima volta ai suoi soldati di essere inviati in basi in altri paesi.

Xi Jinping ha espresso la volontà di sviluppare la flotta della Marina per diventare una vera potenza marittima commisurata alla posizione geostrategica della Cina. Egli elenca i diversi conflitti locali che la Cina ha avuto e si riferisce alla tattica cinese a ritmo lento di sfide di portata limitata nel Pacifico e nella regione e alla fine di presentare ai paesi vicini il fatto compiuto. Si riferisce ai piani della Cina di costruire portaerei, in cui è ancora molto indietro rispetto alla tecnologia americana, ma mostra la direzione in cui stanno andando.

Il livello delle spese militari si può notare dal fatto che per 17 anni le spese per la difesa in Cina sono aumentate di circa il 10% all’anno. Il crescente potere economico della Cina deve a un certo punto trovare la sua espressione in termini militari. E possiamo vedere da queste cifre che sta costruendo la propria potenza militare. Il Centro di Studi Strategici e Internazionali di Washington dice: “[la Cina] sta usando la centralità del suo potere per convincere le altre nazioni che sfidare la Cina su questioni territoriali semplicemente non vale la pena”. Questo si riferisce alle nazioni intorno al Pacifico che oscillano tra gli Stati Uniti e la Cina a seconda della pressione. La Cina sta costantemente testando il terreno per vedere fino a che punto si può spingere contro il potere americano nella regione.

La spinta cinese all’espansione in Asia la porta in conflitto con il Vietnam, il Giappone e le Filippine. La costruzione di nuove isole su cui costruire basi è una palese provocazione, non solo verso questi paesi ma anche verso gli Stati Uniti. Può essere che la Cina stia costruendo queste basi militari nell’interesse dell’imperialismo statunitense? Nessuno che guardi i fatti concreti della situazione lo penserebbe.

Questo significa che ci sarà una guerra tra America e Cina? È possibile che la Cina possa sfidare la potenza dell’imperialismo statunitense, o forse soppiantarlo come potenza imperialista dominante nel mondo? Noi non lo pensiamo. È chiaro che la Cina ha tutte le caratteristiche di una nazione imperialista. Ma la sua ascesa ha dei limiti ben definiti. Se la prospettiva a livello globale fosse un periodo di 20 o 30 anni di boom mondiale, allora la Cina potrebbe sfidare gli USA per la supremazia su scala mondiale, ma questa non è la prospettiva.

La Cina stava crescendo ad un ritmo rapido, ma ora questo processo sembra aver raggiunto il suo limite. La crescita sta rallentando e l’economia potrebbe anche entrare in recessione nel prossimo periodo. Il rallentamento della Cina minaccia infatti di trascinare l’economia mondiale in una depressione. È quindi altamente improbabile che su base capitalistica l’imperialismo americano possa essere soppiantato dalla Cina. Gli “esperti” borghesi hanno detto cose simili sul Giappone in passato, finché il Giappone è entrato in un periodo di stagnazione economica cronica, che dura fino ad oggi.

Combattere l’imperialismo?

Va da sé che dobbiamo lottare contro l’imperialismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Tuttavia, c’è il pericolo che insistendo sull’idea che il nemico principale è l’imperialismo, possiamo finire per capitolare di fronte alla borghesia nazionale di un determinato paese in un momento critico. Prendiamo un esempio molto chiaro.

La guerra delle Malvine fu un’avventura militare lanciata dalla giunta militare argentina per distogliere l’attenzione delle masse quando c’era il pericolo che fosse rovesciata. Paradossalmente, i generali argentini furono incoraggiati dal fatto che Lord Carrington (ministro degli esteri della Thatcher) stava negoziando segretamente la consegna delle isole contese all’Argentina. Bisogna aggiungere che fino a questo momento i dittatori argentini avevano mantenuto ottime relazioni con la Thatcher e l’imperialismo britannico. Se Galtieri avesse potuto aspettare, avrebbe potuto ottenere il possesso delle isole senza combattere. Ma non poteva aspettare.

Il movimento delle masse verso la rivoluzione lo costrinse a lanciare l’invasione. La Thatcher non poteva accettare l’umiliazione di una sconfitta militare e inviò una task force per recuperare le isole, cosa che riuscì a fare. Quale posizione avrebbero dovuto prendere i marxisti? La posizione dei marxisti britannici era di opporsi alla guerra, che consideravamo una guerra reazionaria da entrambe le parti.

La natura imperialista reazionaria della Thatcher era molto chiara, sebbene cercasse di nascondersi dietro la difesa degli abitanti delle isole contro il regime fascista argentino (cosa di cui non se ne era accorta prima!). Ma anche dall’altra parte non c’era un atomo di contenuto progressista. La giunta reazionaria usò e abusò dei sentimenti antimperialisti delle masse per seminare confusione e distogliere l’attenzione dai crimini del regime agitando la bandiera del patriottismo, cosa che riuscì temporaneamente a fare.

Qual era la posizione di quei gruppi argentini che si dichiaravano trotskisti? Capitolarono davanti al governo e appoggiarono la sua avventura, abbandonando ogni pretesa di una posizione rivoluzionaria o di classe. Uno dei principali “trotskisti” andò persino ad offrire i suoi servigi alla giunta nella sua cosiddetta guerra contro l’imperialismo. Questo fu un tradimento dei principi più elementari del socialismo. Ed è stato giustificato con la falsa motivazione di una “povera nazione dipendente” che stava presumibilmente “combattendo contro l’imperialismo”.

In realtà, la giunta non aveva alcuna intenzione di condurre una lotta seria contro l’imperialismo britannico, più di quanto la Thatcher si battesse per i diritti della popolazione delle Malvinas. Il primo atto di guerra contro l’imperialismo sarebbe stato l’esproprio delle proprietà degli imperialisti in Argentina. Senza questo, gli argentini combattevano con una mano legata dietro la schiena. Il risultato fu un’umiliante sconfitta, che aprì la strada alla rivoluzione in Argentina.

“Il nemico è in casa” – questo era lo slogan di Lenin. Non si sarebbe mai sognato di sottolineare la dipendenza dello zarismo dall’imperialismo straniero, ma ha sempre insistito sul fatto che i lavoratori russi devono combattere contro la propria borghesia. Quando la Russia fu invasa dal Giappone nel 1904, Lenin gridò forse: “Abbasso l’imperialismo giapponese?” Naturalmente, non lo fece. Usò la crisi per chiedere il rovesciamento dello zarismo russo. Durante la prima guerra mondiale, quale fu l’atteggiamento di Lenin? “Gli imperialisti tedeschi sono il nostro nemico”, diceva. Ma il nostro dovere è quello di rovesciare la nostra classe dominante. Lasciamo che gli operai tedeschi si occupino del Kaiser!

Per quanto riguarda la Cina, alcuni propongono lo slogan “Abbasso l’imperialismo!” Ma il compito dei lavoratori cinesi è quello di rovesciare la classe dominante cinese. Lo slogan “Abbasso l’imperialismo” invita invece gli operai cinesi ad unirsi alla propria borghesia nazionale per combattere contro i capitalisti stranieri. Questo non ha alcun senso, e se lo ha, ha senso nella direzione completamente opposta. Per quanto riguarda la Russia, lo slogan “Abbasso l’imperialismo” è ancora più fuorviante. Vladimir Putin sarebbe felice di riprendere proprio questo slogan, dato che è impegnato in una lotta permanente con l’imperialismo statunitense. Ma questa è la lotta tra una banda imperialista reazionaria e un’altra. Non c’è un atomo di contenuto progressista da nessuna delle due parti.

Di fatto, il problema che i marxisti russi devono affrontare è molto difficile. La politica in Russia in questo momento è fortemente polarizzata, non su linee di classe, ma su linee nazionaliste. Da un lato i liberali borghesi filo-occidentali sostengono il regime reazionario di Kiev contro Putin. Dall’altro, molte persone sostengono Putin contro i gangster e i fascisti di Kiev.

Chi dovremmo sostenere? Il problema è che molti lavoratori sono stati ingannati dalla demagogia antimperialista di Putin. Dovremmo quindi unirci al coro generale, alzando il grido di battaglia: “Abbasso l’imperialismo”? Questo piacerebbe di sicuro a Putin e senza dubbio ci farebbe guadagnare gli applausi dei nazionalisti russi, degli stalinisti e degli altri reazionari. Ma ci screditerebbe completamente come una forza marxista seria. Certo, non possiamo sostenere i cosiddetti liberaldemocratici russi, che in pratica difendono gli interessi dell’imperialismo statunitense e del capitale internazionale. Ma non possiamo nemmeno appoggiare la Russia di Putin, che non è né povera né dipendente, ma una potenza imperialista che è motivata puramente da scopi egoistici e cinici.

Le masse in Russia odiano l’imperialismo. Questo odio ha un contenuto progressista, proprio come l’odio delle masse argentine per l’imperialismo. Ma proprio come la giunta argentina ha usato quell’odio per scopi reazionari, così Putin lo ha usato per distogliere l’attenzione dei lavoratori dal loro vero nemico – i banchieri e i capitalisti russi. Il nostro slogan in Russia (e in Cina) non è “Abbasso l’imperialismo” – uno slogan che in questi casi è privo di qualsiasi contenuto reale – ma “Abbasso l’oligarchia! Tutto il potere alla classe operaia!”.

Naturalmente, abbiamo bisogno di elaborare rivendicazioni transitorie appropriate, comprese quelle democratiche che possono aiutarci a raggiungere i lavoratori e i giovani. Ma in ultima analisi, l’unica soluzione è la rivoluzione socialista. Il capitalismo ha cessato di essere progressista molto tempo fa. La sopravvivenza del capitalismo sta preparando un disastro per l’umanità e l’umanità avrebbe già potuto progredire molto più velocemente. Negli ultimi 100 anni l’umanità ha pagato un prezzo pesante: due grandi guerre mondiali, che riguardavano la nuova spartizione del potere su scala globale. Questa prospettiva non è più all’ordine del giorno, ma ci sono continue “piccole guerre” in cui migliaia di persone vengono massacrate ogni giorno.

Solo in Congo sono morti almeno cinque milioni di persone. La Siria è caduta in un incubo senza fine. Milioni di persone sono state cacciate dalle loro case e picchiano a mani nude contro i muri eretti dalla “civile” Europa imperialista per tenerle fuori. Quanto aveva ragione Lenin quando diceva che il capitalismo è orrore senza fine. Il capitalismo è un sistema che ha raggiunto i suoi limiti e deve essere rovesciato. Le forze del marxismo internazionale devono crescere ed elevarsi ai compiti posti dalla storia.

Londra, 9 giugno 2016

Fonte: https://www.marxismo.net/index.php/la-nuova-epoca/551-l-imperialismo-oggi-e-il-carattere-di-russia-e-cina